Archivio per giugno, 2012

La Trilogia sporca dell’Italia di Simone Sarasso

venerdì, giugno 29th, 2012

In questi giorni sta facendo furore in libreria con Invictus, romanzo storico sull’epopea di Costantino, l’imperatore guerriero, ma il giovane e talentuoso Simone Sarasso è un autore con già diverse pubblicazioni alle spalle. Prolifico e versatile, si è misurato con linguaggi e generi diversi, spaziando dal cinema, alla TV, al fumetto.  Ma si è affermato innanzitutto come autore di narrativa noir, tanto che Carlo Lucarelli in un’intervista l’ha definito “il nuovo maestro italiano del noir”.

Il suo romanzo d’esordio, uscito inizialmente con un piccolo editore e poi rilanciato nel 2007 da Marsilio, è Confine di Stato, primo capitolo della Trilogia sporca dell’Italia, un trittico di romanzi noir sui misteri italiani dal dopoguerra a Tangentopoli, tra James Ellroy e Quentin Tarantino. Molto bene accolto da critica e lettori, unica opera prima finalista al Premio Scerbanenco 2007, amato da autori come Valerio Evangelisti, Giancarlo De Cataldo, Wu Ming, Confine di Stato inaugura un viaggio nero e amaro alle radici di un’Italia senza eroi e racconta, dal 1954 al 1972,  la storia di un paese dilaniato dalle stragi, fatto a pezzi dalle guerre di partito, cresciuto nel sangue.

A Confine di Stato ha fatto seguito nel 2009 Settanta, secondo volume della trilogia, che si concentra sugli anni di piombo, il decennio più buio e violento della storia repubblicana ripercorso attraverso le voci di uno stragista, di un ladro, di un magistrato e di un attore di poliziotteschi, le cui vite s’intrecciano mentre il paese va a fuoco: nelle piazze e nelle fabbriche ribolle la rivolta, le Brigate Rosse sfidano il potere costituito e la strategia della tensione continua a mietere vittime civili.

Sarasso sta attualmente scrivendo il terzo e conclusivo tomo della sua monumentale storia noir del Belpaese, incentrato sugli anni Ottanta fino alle soglie di Tangentopoli. Il romanzo, il cui titolo di lavoro è Il Paese che amo, uscirà sempre per Marsilio nel corso del 2013.

SHAKESPEARE VS MACHIAVELLI

giovedì, giugno 28th, 2012

Oggi, nell’era dell’antipolitica e della crisi delle leadership, potrebbe sembrare impresa vana cimentarsi in un discorso generale sulla politica e, più in particolare, sui suoi fondamenti etici e culturali. Marco Follini però ci ha provato e da moderato convinto, quale è, con spirito sempre pacato ha cercato di navigare i mari tempestosi della politica attuale, non tanto per farne una critica, quanto per restituirne un quadro chiaro e oggettivo e ricostruirne le motivazioni di fondo. Tutto questo lo fa in “Io voto Shakespeare. La coscienza perduta della politica”, il suo nuovo libro, uscito mercoledì per Marsilio: un analisi panoramica non solo sull’Italia, ma su tutta la politica, che ovunque sta dimostrando di non saper fare altro che imbrogliare o tradire.

Shakespeare e la sua immaginazione sono il punto di partenza per questo saggio. Tutto nelle sue opere ruota attorno ad un unico concetto, quello della coscienza e del suo valore all’interno del discorso pubblico: ed è proprio la coscienza, secondo Follini, il punto in cui la trama politica del mondo moderno si è spezzata. Il palcoscenico italiano è affollato di personaggi furbi, maniaci, megalomani, ai quali manca una caratteristica fondamentale per poter manovrare le redini di un paese: l’onestà intellettuale, la capacità cioè di ascoltare la propria vocina interiore (la voce della coscienza, appunto), che ti avverte quando stai sbagliando, o facendo del male, o giocando sporco, o semplicemente esagerando.

Perché Follini sceglie come chiave di lettura per la propria analisi un autore come Shakespeare e non, invece, Machiavelli, che di riflessioni sul potere è il massimo esponente? La risposta è semplice: entrambi nelle loro opere si ribellano alla contemporaneità, «denudano il potere che vivono come accattivante e inesorabile, concreto e drammatico», ma, se Machiavelli allude a un potere forte, strategico e inesorabile, Shakespeare ne introduce uno di un altro tipo, più discreto, più mite, antibellicoso e introspettivo. Follini preferisce seguire quest’ultima linea di pensiero, quella del “soft power” contro l’”hard power” de Il Principe, perché la soluzione del miglioramento non sta nella violenza o nei toni accesi della critica, ma piuttosto nel pensiero, nella riflessione, nella coscienza che deve essere ritrovata.

DEMOCRAZIA SIGNIFICA MERITOCRAZIA

mercoledì, giugno 27th, 2012

Che cosa hanno in comune gli eretici italiani del Cinquecento e i social-riformisti dell’Italia primo-novecentesca, i galeisti del Seicento e gli igienisti dell’Ottocento, i protagonisti del Triennio giacobino e la famiglia allargata dei liberali di sinistra? Da una parte sono tutti gruppi contraddistinti da un atteggiamento sempre critico, pragmatico e antidogmatico; dall’altra sono tutti segnati da un amaro destino, il destino degli sconfitti, costretti ad assistere in vita alla dissoluzione dei loro progetti. Fanno tutti parte di quelle “grandi” minoranze virtuose, che hanno combattuto battaglie di stampo riformatore per il cambiamento delle condizioni di vita.

Ma che cos’è una minoranza? Una delle possibili accezioni è quella di gruppo composito di individui uniti dalla stessa identità culturale, che esprime la stessa volontà di operare in funzione di un progetto sociale alternativo a quello dominante. Oggi in Italia non esiste una vera e propria minoranza. Il ceto medio, che rappresenta di per sé il nucleo sociale delle minoranze civiche, non ha mai trovato infatti terreno favorevole alla proliferazione delle proprie idee, non si è mai dimostrato abbastanza combattivo, ma ha sempre finito per accondiscendere la volontà dell’aristocrazia e delle classi dominanti, senza il coraggio di imporre alcuna richiesta controcorrente. E oggi, più che mai, la necessità di una minoranza che non sia indecisa, ma coraggiosa e capace di praticare una meritocrazia autentica, si sta facendo sentire. Bisogna far ripartire “l’ascensore sociale”, far circolare le élites, rinnovare i vertici del potere, che da troppo tempo esercitano un ruolo di direzione che nulla ha a che vedere con la meritocrazia.

Per far ciò non occorre ritornare al populismo dei secoli scorsi, perché, attenzione, populismo non coincide con democrazia, come molto spesso si crede. L’esigenza fondamentale del nostro paese è quella di sviluppare nuovi processi di selezione, più meritevoli, che permettano di rilevare e valorizzare le capacità dei soggetti finora esclusi, i giovani e le donne in primis. Le forze democratiche devono mobilitarsi, non ribellarsi, e iniziare a partecipare più attivamente alla vita pubblica, se vogliono davvero diventare simbolo di un nuovo progetto civile, contro la corruzione e la falsità dominanti.

E’ questa la tesi sostenuta da Massimiliano Panarari e Franco Motta nel loro nuovo saggio “Elogio delle minoranze”: un viaggio attraverso i secoli alla riscoperta di quelle minoranze da sempre sottratte al patrimonio condiviso dell’identità nazionale e alla ricerca delle energie fondative di quella che avrebbe potuto essere un’altra Italia, migliore, egualitaria.

MALEDETTI LIBRI!

lunedì, giugno 25th, 2012

Est virgo heac penna, meretrix est stampificata: è pura se con la penna, meretrice invece se a stampa. Di cosa si parla, vi chiederete? Della scrittura. Siamo a Venezia nella seconda metà del ’400, quando l’arte della stampa sta raggiungendo dimensioni industriali e sta nascendo la vera e propria industria editoriale. Di fronte alla diffusione di questo nuovo e lucroso business non tutti esultano, c’è chi non vede nell’invenzione di Gutenberg la svolta capace di cambiare il corso della civiltà occidentale. E’ il domenicano Filippo della Strada, predicatore e copista, che impugnando la vecchia penna d’oca, scrive al Doge, mettendolo in guardia dai terribili pericoli che la nuova invenzione porta con sé: quest’ultimo però non la pensa allo stesso modo e resterà (fortunatamente) sordo alla perorazione. Contro la stampa e contro l’allargamento della circolazione dei libri della Strada mette in campo una grande varietà di argomenti: la stampa corromperà i giovani che avranno facile accesso a testi scandalosi; le traduzioni in volgare delle sacre scritture daranno luogo a errori grossolani; i volumi usciti dalle stamperie sono oggetti sudici, indegni di stare in dimore rispettabili; comprandoli, infine, si finanzierà una razza (quella degli stampatori) che scialacqua i guadagni in vino e prostitute. Con questa serie di attacchi violenti il domenicano si fa portavoce di timori assai più corposi: anzitutto l’idea di una trasmissione elitaria del sapere, che deve rimanere appannaggio di pochi eletti e, insieme, il timore che con l’alfabetizzazione venga indebolita la mediazione della Chiesa nell’interpretazione dei testi sacri.

Tutti questi poemi di Filippo della Strada sono stati raccolti in un’unica edizione, con il titolo “Stampa meretrix”, a cura del linguista Franco Pierno. La polemica accesa dal domenicano lungo tempo fa risulta tuttavia molto attuale: gli attacchi di Filippo della Strada infatti ricordano da vicino gli argomenti usati dalla società di oggi contro Internet e contro la comunicazione elettronica in generale, ma soprattutto ricordano l’atteggiamento di molti lettori di oggi contro lo sviluppo dell’ebook.

Chi di noi in questi ultimi anni non si è sentito minacciato dall’ascesa dei libri elettronici? Chi non ha mai dichiarato di non voler abbandonare il libro cartaceo, perché “sfogliare pagine digitali” non significa “leggere”? Queste prese di posizione, un po’ ottuse e presuntuose,  rispecchiano chiaramente l’atteggiamento di fra’ Filippo della Strada, che, come noi, non voleva lasciare il passo alle nuove tecnologie della sua epoca. Allora, che la testimonianza del vecchio domenicano conservatore ci serva da lezione: non lasciamoci intimorire dalla modernità, ma lasciamo che che il libro si trasformi.

WEEKEND DI LETTURA – 2

venerdì, giugno 22nd, 2012

Quello che ci vuole per rinfrescare questo fine settimana di fuoco sono due libri da brivido, che con storie travolgenti e paesaggi mozzafiato, vi faranno viaggiare col pensiero nel freddo dell’Europa nordica. Sto parlando dei romanzi di Jussi Adler-Olsen, il giallista danese più venduto del momento, che, dopo “La donna in gabbia”, questa settimana è tornato in libreria con il secondo episodio della serie Sezione Q, “Battuta di caccia”. L’autore, dopo il primo grande successo, ripropone al lettore un nuovo caso tutto da scoprire, una vicenda cupa e dalla violenza onnipervasiva, un racconto in cui gli stereotipi del giallo (i cattivi sono cattivi e i buoni sono buoni fino all’ultima riga) vanno a creare una storia intrigante, che non ha nulla di scontato. Uno dei pregi della scrittura di Adler-Olsen, che compare in entrambi i romanzi, è quello di saper descrivere gli esseri umani in modo trasversale, o calandosi nelle realtà più abbruttite o elevandosi in quelle più elitarie, e dimostrare così che la morale non è mai distribuita in proporzione allo status sociale.

In “La donna in gabbia” protagonista è l’ispettore Carl Mørk: se pensate al classico detective all’americana vi sbagliate, questo è un poliziotto che si potrebbe definire acuto ma svogliato, dal carattere spinoso, che irrita i suoi colleghi. «Vede tutto, segue la realtà come un’ombra, ma non ha voglia di lavorare. Preferirebbe guardare lo sport in tv tutto il giorno, un po’ come me» ha dichiarato Jussi, che tra tutti i personaggi non ha voluto crearne neanche uno “perfetto”, perché «l’uomo è bene e male insieme, io l’ho capito presto». La storia è quella di una donna scomparsa, una giovane e famosa parlamentare danese, e il caso viene affidato proprio a Carl: una gara contro il tempo dal ritmo inesorabile, un thriller di grande tensione, con un’originale e trascinante vena comica.

Con “Battuta di caccia” Carl Mørk torna sulla scena, sempre accompagnato dal suo bislacco assistente di origine siriana e da una nuova collaboratrice, Rose Knudsen, a suo modo affascinante e risolutiva. Questa volta le vittime sono un fratello e una sorella, trovati martoriati nella loro casa di vacanza nel nord della Danimarca 25 anni prima. L’indagine, ormai archiviata, non è mai giunta a una conclusione, finché non è Mørck a prenderne le redini e a dare inizio alla caccia al colpevole attraverso le gerarchie della società, dal più disperato dei barboni della stazione fino agli uomini ai vertici del potere. Lasciatevi travolgere da un inseguimento all’ultimo sangue, da una vicenda carica di tensione e umorismo, che lascerà col fiato sospeso gli amanti del giallo (e non solo)!

MONTALE TRA REALTA’ E METAFISICA

giovedì, giugno 21st, 2012

Dopo soli 4 anni Montale ritorna a invadere i banchi della maturità. Questa volta però non con una poesia, ma con un saggio, un brano tratto da un articolo pubblicato per la prima volta sul Corriere della Sera nel 1961.                             Cosa significa “ammazzare il tempo”? Come ciascuno di noi riempie il vuoto della quotidianità? Questo il fulcro della traccia montaliana, un tema estremamente attuale, una portentosa intuizione della società del consumo (soprattutto di tempo) di oggi, che il poeta mise nero su bianco più di mezzo secolo fa. «Pochi sono gli uomini capaci di guardare con fermo ciglio in quel vuoto», scrive Montale, ed è questo ciò che più lo spaventava, sapere che la maggior parte “ammazzerà il tempo” con futili distrazioni, dalla televisione alle partite di calcio, per evitare di fermarsi a pensare e riflettere su stessi.

Una visione pragmatica quella dell’autore in queste righe, uno sguardo realistico, quasi fosse quello di uno storico contemporaneo, uno spirito più fisico che metafisico, molto diverso da quello che aveva mostrato in alcune delle poesie precedenti. Penso, in particolare, ai Mottetti, la seconda parte della raccolta poetica Le occasioni (1939), un «romanzetto autobiografico», come lo definì lo stesso autore, in cui il poeta ligure canta il suo amore perduto, Clizia, angelo etereo, che, assistendo il suo innamorato dal cielo, non può che limitarsi ad ascoltare le sue parole. Il loro è un amore che oltrepassa i confini dell’essere materiale e si spinge verso l’ignoto, un amore spirituale, metafisico appunto, filosoficamente mescolato all’istanza del nulla, del puro vuoto.

Ai Mottetti Giorgio Ficara ha dedicato il libro “Montale sentimentale”: un gesto coraggioso da parte di un critico letterario, che fin dall’inizio della sua impresa sapeva di non poter arrivare a conclusioni definitive né sui contenuti né sullo stile di queste poesie estremamente fuggenti. Ma Ficara si è lasciato immergere nell’atmosfera mistica che domina i Mottetti, per restituirci un’analisi critica, ma anche umana, di un’opera che vive al di fuori i qualsiasi tipo di materialità.

MATURITA’ A PROVA DI HACKER

mercoledì, giugno 20th, 2012

E’ arrivato per tantissimi giovani italiani il giorno più temuto e meno voluto dell’anno, il giorno della maturità. Oggi a dare il via alle prove di esame i maturandi dovranno affrontare il tema di italiano e tra i titoli proposti spiccano l’analisi del testo, un saggio di Montale, una polemica contro gli aspetti involutivi della modernità, il tema socio-economico sulla crisi internazionale e il problema della disoccupazione giovanile e quello artistico-letterario sul tema del labirinto nelle sue più varie accezioni.

Quella di quest’anno è una maturità nuova, diversa, speciale: tracce da scaricare online e verbali interattivi, un’esplosione di tecnologia che segna l’inizio di una nuova “era scolastica”. Basta con la tradizione, con le buste sigillate a cera lacca, con l’estrazione della lettera davanti agli studenti, con plichi di fogli e penne a sfera, da quest’anno i plichi saranno telematici: le tracce sono contenute all’interno di una piattaforma online, protetta da un doppio codice d’accesso, e saranno inviate via mail dal Ministero a tutte le scuole del paese appena prima dell’inizio di ciascuna prova.

Un sistema, dicono, a prova di hacker! Sarà vero? O si tratta del solito escamotage mediatico per incutere terrore e allontanare la possibilità, seppur minima, di una “rapina ciberspaziale”? Lasciamocelo dire da Giovanni Ziccardi, autore de “L’ultimo hacker”, che di hackerismo e tecnologia se ne intende.

Giovanni, che cos’è l’algoritmo antihacker? Puoi spiegarci meglio in cosa consistono le nuove tecniche tecnologiche che da quest’anno garantiscono la segretezza delle prove di maturità?
Si tratta dell’invio tramite posta elettronica di un messaggio cifrato che, di conseguenza, non è intelligibile, appare come una massa di dati senza senso. Una volta inviato il messaggio cifrato (in questo caso: un plico contenente probabilmente la traccia in formato PDF) si inviano alla Commissione, in tempi diversi, due chiavi che sono necessarie per decifrare questa massa informe di dati. In pratica, si tratta di un utilizzo di tecniche crittografiche unito al tentativo di creare un canale sicuro tra il Ministero e la Commissione.

E’ realisticamente possibile garantire la massima segretezza in ambito telematico?
La sicurezza (e segretezza) assoluta, in ambito informatico, non esiste. Sono troppi i fattori che la possono condizionare, da quelli tecnologici a quelli umani. Si può però raggiungere un livello di sicurezza adeguato a un determinato contesto, intendendo come adeguato un livello che richiederebbe a un potenziale attaccante uno sforzo troppo grande rispetto al reale vantaggio ottenuto in concreto. In questo contesto, ad esempio, la sicurezza deve essere mantenuta in un lasso di tempo molto breve (poche ore), di conseguenza l’uso della crittografia si può rivelare pienamente adeguato.

Credi che Deus (protagonista de “L’ultimo hacker”) avrebbe trovato il modo di accedere al plico telematico?
C’è sempre una vulnerabilità, occorre solo individuarla. In questo caso, probabilmente, Deus avrebbe analizzato il quadro completo, ossia non solo il plico cifrato (sicuramente l’aspetto più complesso da attaccare), ma, ad esempio, i computer di partenza e di arrivo, dove i temi sono custoditi in chiaro, o avrebbe cercato di individuare fisicamente la persona o le persone che materialmente hanno scritto i testi dei temi (per, eventualmente, cercare copie dei file in chiaro sui loro computer) o, infine, avrebbe valutato se il canale di trasmissione fosse realmente sicuro. Spesso, quando le tecnologie sono “forti”, la vulenarbilità si cerca nel lato umano, nel comportamento delle persone.

Se volete conoscere meglio Giovanni Ziccardi e saperne di più sul suo libro, vi ricordiamo l’appuntamento di venerdì 22 giugno alle ore 20.30 a Palazzo Festari di Valdagno (VI).

 

GIUDITTA E/O VENEZIA

martedì, giugno 19th, 2012

«Pochi dipinti “rappresentano” l’arte di Gustav Klimt come la Giuditta II (Salomè) datata 1909 e conservata a Venezia, nella Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro».

Così si apre lo scritto “Gustav Klimt: Giuditta II. Un ritorno annunciato” di Giandomenico Romanelli (da domani in libreria), un breve saggio che analizza con sguardo attento e disincantato il dipinto, ripercorrendone la storia. La Giuditta II fu acquistata dal Comune di Venezia subito dopo essere stata esposta alla Biennale del 1910: quell’anno fu una Biennale atipica, perché allestita appena un anno dopo l’edizione precedente, e nella Sala 10 furono esposte 22 tele di Klimt, tutte opere scandalose, che alimentarono reazioni contrapposte. Oggi la Giuditta si trova esposta a Ca’ Pesaro, dietro una porta d’oro, in cui l’artista l’ha voluta inquadrare: è una porta stretta che la donna, circonfusa di dirompente sensualità, sembra voler attraversare con un slancio verso il visitatore, il quale di fronte a questa scena a dir poco strabiliante rimane attonito, inorridito.

Romanelli definisce il ritratto dell’antica eroina biblica, che con la sua bellezza prima invaghì di sé il crudele Oloferne, poi lo uccise, tagliandogli la testa con la sua stessa spada, un «dipinto inquietante, misterioso e complesso, come s’è detto; ricco di significati e di allusioni, come ci hanno spiegato critici e studiosi in decenni di riflessioni e in un profluvio di pagine talvolta non meno astruse della stessa opera ma che testimoniano efficacemente la sua importanza, come pensiero e come forma, come manifesto e come esplosione di creatività nuova, moderna». L’opera porta dentro sé una tale valenza simbolica e una ineludibile carica erotica da lasciare l’osservatore affascinato e sconcertato al tempo stesso. Lo sguardo della donna è l’elemento dotato di maggiore capacità ammaliatrice: uno sguardo che non è rivolto a noi che guardiamo, ma lontano, assorto in sé e dominatore, sfrontato e indolente, animalesco e primitivo, uno sguardo che ha sedotto moltissimi, non solo Oloferne, primo fra tutti un brillante curatore museale e critico d’arte appassionato, Nino Barbantini. Egli attorno alla Giuditta ha intessuto uno dei più interessanti e spregiudicati testi critici del suo tempo, riflettendo il piacere di quel quadro fino ai giorni nostri. In “Klimt”, una recensione della Sala 10 della Biennale, la scrittura di Barbantini colpisce per l’acutezza dell’analisi, per l’assoluta originalità del ragionamento, per lo stile ironico, sarcastico e bruciante, attraverso cui l’autore fornisce una chiave fondamentale per la lettura del “fenomeno Klimt”.

L’arte di Klimt è retrospettiva ed eclettica, prende spunto da tutti, dai Bizantini ai Giapponesi, subisce influssi letterari e musicali delle epoche precedenti, ma al tempo stesso appartiene all’oggi, lo oltrepassa e prepara al domani: è un’”arte totale”, in cui non esistono confini né di spazio né di tempo. I colori sono vivaci, squillanti, infiammati, a volte fin troppo decorativo, senza mai allontanarsi però dalla realtà. Si parla infatti di “verismo klimtiano” e Giuditta II ne rappresenta il paradigma: un verismo mai oggettivo, che fonda le sue radici nei sentimenti e nella spiritualità dei soggetti, una pittura interiore che non si limita alla rappresentazione dei corpi, ma punta alla “decorazione delle anime”.

Scrive Barbantino: «Giuditta, eroina della storia terribile, piena di orrore e di ribrezzo, che ancora discinta dall’orgia contrae la faccia e le mani appare in tutta la sua grandezza arcana e lasciva, facendo trasparire come il tracciato di un’analisi spietata sui segni simbolici dell’animo, le piste di un’umanità inquieta e nervosa, la connessione maledetta e ipnotica tra la bellezza più fulgida e traboccante di sensualità e la morte».

SE NON E’ FEMMINISMO ANTE-LITTERAM, E’ COME MINIMO AUTOCOSCIENZA

lunedì, giugno 18th, 2012

Quello di “Le figlie dell’armonia” è un progetto che nasce dalla scoperta di una storia segreta, antica, affascinante. Qualche tempo fa Paolo Cattelan, storico della musica veneziano, si ritrovò tra le mani un foglio di carta, datato 12 luglio 1780 e scritto da Domenico Cimarosa: si trattava di una composizione musicale, accompagnata da un un’unica nota, quella che imponeva di far eseguire il pezzo da un soprano, cioè da una donna, insieme a vari strumenti (tra cui un fantomatico “Angelico”). Queste donne erano le così dette “figlie di choro”, donne speciali, orfane, che cantavano per esistere. Vivevano confinate negli annessi degli ospedali di Venezia, recluse dall’assistenza sociale del tempo, e la loro condizione non era affatto invidiabile: in cambio di sicurezza, vitto e alloggio le giovani non avevano nessun diritto, erano sempre supervisionate da una priora che non permetteva loro di allontanarsi dalle proprie stanze. Il canto rappresentava l’unica forma di libertà a loro accessibile: cantavano e intanto sognavano di poter scappare, di cambiare vita e di entrare a far parte della vera società del tempo da donne autonome, indipendenti. Le loro voci raccontavano le storie delle antiche eroine bibliche, da Rut, a Ester e Agar, donne eccezionali, principesse del popolo, profetesse, giustiziere, liberatrici, tutte caratterizzate dalla volontà di mettere la propria vita a disposizione degli altri. Le “figlie di choro” conoscevano bene le storie di queste donne e sceglievano di misurare la propria voce sulle parole e sui gesti di quelle eroine cristiane, riconosciute come sorelle in fiducia e coraggio.

L’eccellenza di queste umili soliste fu presto notata dagli ascoltatori, che la domenica si dilettavano ad ascoltare le loro voci angeliche durante le cerimonie religiose, e presto il sogno che le fanciulle avevano tanto immaginato divenne realtà. Per alcune, le più scaltre e le più determinate, si apre la strada del successo, che le porterà ad esibirsi sui più importanti teatri dell’epoca (Vienna, Parigi, Londra); in breve tempo conquistano più autonomia, più fama, più denaro, ma soprattutto più libertà.

La storia delle “figlie di choro” era già diffusa e conosciuta anche prima della scoperta dello spartito di Cimarosa di Paolo Cattelan, ma quelle pagine autografe ci permettono di avere uno sguardo più completo sull’arte di quelle giovani misteriose: la loro musica, le loro favole sono il mezzo attraverso cui riescono a raggiungere un’identità.

Esiste una “fotografia” di tutto questo, l’affresco di Jacopo Guarana proprio all’Ospedaletto di Venezia. Le figlie sono ben vestite, sorridenti, impegnate, nascose dalle grate, ma grate sono loro alle proprie voci.

LA CULTURA PER FAR CRESCERE L’ITALIA

mercoledì, giugno 13th, 2012

Oggi sulle pagine del Sole24Ore è uscito un articolo dedicato alla nostra cultura, ma non alla cultura come siamo abituati a intenderla noi (cultura come arte, teatro, cinema o letteratura), ma sulla cultura come possibile mezzo di crescita economica per il paese in questo momento di particolare debolezza.

Proprio su questo argomento si è a lungo dibattuto ieri nel corso di un incontro all’auditorium del museo MAXXI di Roma, dove si è parlato del binomio cultura/sviluppo: «cultura e sviluppo possono e devono marciare insieme» era lo slogan. Non si tratta certo di una tematica nuova, quella del binomio cultura/sviluppo, ma bisogna chiarire e capire a quale concetto di cultura ci si rivolga. Dobbiamo staccarci il più possibile dalla definizione di “giacimenti culturali”, ovvero di cultura intesa unicamente come fonte di guadagno: la cultura non è petrolio ma, quella di cui parliamo e su cui vogliamo richiamare l’attenzione, è un’altra, una ricchezza che porta con sé valori solidi e fondamentali, che è stratificata nel tempo ed è diffusa ovunque, perché ha da sempre accompagnato il percorso dell’uomo nella storia. Allo stesso modo bisogna guardare allo sviluppo in maniera più ampia, più completa, non solo come riduzione dello spread, del default, o riconquista del potere d’acquisto, ma la ricrescita a cui dobbiamo mirare è un’altra. E’ solo grazie alla convinzione di essere arrivati alla fine di un’era, al capolinea di un mondo ormai perduto, che possiamo trovare le ragioni per cominciare di nuovo e la forza per affrontare l’ardua salita verso un nuovo modello di società: lo sviluppo non è altro che questo, una nuova idea di progresso che ricongiunga il benessere economico alla qualità della vita e il mercato a un sistema di maggiore uguaglianza delle opportunità.

E’ proprio sulla cultura, sull’arte, sul sapere che dobbiamo quindi gettare le basi per la costruzione del nostro futuro e per far questo è necessario lanciare una rivoluzione, la “rivoluzione della cultura”, che miri  alla diffusione della conoscenza e dei valori della nostra tradizione, per il superamento di questo momento di “naufragio creativo”.

Una visione utopistica? Forse sì, ma senza dubbio strategica: i presupposti per agire ci sono (il nostro paese vanta di un grande patrimonio culturale e la nostra industria culturale vale oltre 68 miliardi di euro), non ci resta che intervenire e combattere perché questa idea si trasformi in realtà.

 

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