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Adam Johnson ha vinto il Premio Pulitzer 2013

venerdì, aprile 19th, 2013

«Un romanzo di grande forza, bellissimo, un libro che apre una spaventosa finestra sul misterioso regno della Corea del Nord e scava in profondità il vero significato di amore e sacrificio»: così il New York Times parla de Il Signore degli Orfani di Adam Johnson, romanzo che  si è aggiudicato il Premio Pulitzer 2013 per la narrativa, il riconoscimento più antico e prestigioso per un’opera della letteratura statunitense, istituito nel 1917 dall’editore e magnate Joseph Pulitzer e gestito dalla Columbia University.

«Un potenziale vincitore tra pochi» – mette in risalto il New York Post  – sebbene non ci sia stata una netta preferenza sul favorito di quest’anno («The Orphan Master’s Son was definitely among a handful of books that was being tipped as a potential winner, but there was no clear-cut favorite this year, raising worries that no book would get a majority vote — as happened in 2012»). Tuttavia non si è sentita alcuna polemica editoriale come quella della precedente edizione perché  il nome del vincitore c’è: Adam Johnson (1966), professore di scrittura creativa alla Standford University.

Se nel 2012 nessun libro è stato all’altezza di vincere il Premio per la categoria fiction, evento straordinario dopo ben trentacinque anni, questa volta invece la giuria è stata d’accordo. Adam Johnson si è dimostrato il migliore con «il romanzo più appassionante, sconvolgente e originale della stagione» come sottolinea Antonio Monda su La Repubblica.

Johnson è già scrittore di racconti, pubblicati su riviste come Granta, Esquire, The Paris Review, Best New American Voices e Best American Short Stories, vincitore di altri premi come il Whiting Award e il National Endowment for the Arts Fellowship e nominato Debut Writer of the Year da Amazon.

Pochi americani come lui possono dire di aver visitato la Corea del Nord.  Ed è proprio da questa esperienza e da un lavoro di ricerca durato sette anni che nasce Il Signore degli Orfani, finalista al National Book Critics Cicle Award. Non potrebbe essere un romanzo più attuale, viste le ultime vicende di politica internazionale che coinvolgono la Corea del Nord, dove è ambientato il libro. Lo stesso Johnson – dichiara il New York Post – spera che la sua vittoria possa attirare l’attenzione su quello che sta accadendo oggi all’interno dello stato totalitario coreano, dando nuova voce alla storia di questo paese («Johnson, 45, a writing professor at Stanford University, told USA Today that he hopes his win will focus more attention on what is happening inside the Korean totalitarian state today. “North Koreans aren’t allowed to tell their own story,” he said. “Others have to do it for them”»).

In The Hindu l’autore racconta ancora: «ho voluto dare un quadro di ciò che è stato essere una persona comune in Corea del  Nord (…)  è illegale lì per i cittadini interagire con gli stranieri, quindi l’unico modo per conoscere veramente questa gente era attraverso la mia immaginazione» («I wanted to give a picture of what it was like to be an ordinary person in North Korea» «It’s illegal there for citizens to interact with foreigners, so the only way I could really get to know these people was through my imagination»).

Protagonista di questa fortunata storia è Pak Jun Do, figlio di una madre scomparsa, una cantante rapita e portata a Pyongyang per allettare i potenti della capitale, e di un padre influente, direttore di un orfanatrofio. Per la sua devozione, il carattere deciso e l’acume che dimostra, lo stato gli offre una carriera molto rapida, e per Jun Do comincia un percorso senza ritorno attraverso le stanze segrete della dittatura più misteriosa del pianeta. «Umile cittadino della più grande nazione del mondo», Jun Do diventa un rapitore professionista, costretto a destreggiarsi tra regole instabili, arbitraria violenza e richieste sconcertanti da parte dei suoi superiori. L’amore per Sun Moon, attrice leggendaria, lo porta poi a prendere in mano la sua vita, con un sorprendente colpo di scena.

Un thriller e insieme un romanzo d’avventura, un romanzo-mondo orwelliano di formazione e di amore, Il  Signore degli Orfani getta una nuova luce sul passato recente e poco conosciuto della Corea del Nord, quando il Paese era ancora governato dal dittatore comunista Kim-Jong-II.

Segnalato tra i migliori romanzi dell’anno 2012 da Wall Street Journal, The Washington Post, Amazon.com, Entertainment Weekly, The Daily beast e Slate, Il Signore degli Orfani è ora citato dal comitato Pulitzer come «un romanzo concepito magnificamente che accompagna il lettore in un viaggio avventuroso nelle profondità della Corea del Nord totalitaria e negli spazi più intimi del cuore umano» («The Pulitzer committee cited Johnson’s book as an “exquisitely crafted novel that carries the reader on an adventuresome journey into the depths of totalitarian North Korea and into the most intimate spaces of the human heart» The New York Post).

Numerosi ed entusiasti sono i commenti della stampa italiana e straniera all’indomani della vittoria. Dalle pagine dei quotidiani nazionali italiani agli echi della stampa straniera sul New York Times, The Indipendent, Los Angeles Times, The New York Observer, Adam Johnson dimostra di aver scritto un romanzo magistrale, «uno di quei lavori di alta ambizione che attraversano le sue promesse», come afferma M. Francis Wolff del The New Inquiry, citato su il New York Observer («one of those rare work of high ambition that follow through on all of its promises»).

La critica apprezza molto la sua attenta indagine sugli orrori orwelliani della vita nella Corea del Nord e sul voyeurismo dei media occidentali («was praised for its examination “both the Orwellian horrors of life in the DPRK and the voyeurism of Western media»).

 

 

A colpire prima di tutto resta comunque il merito di raccontare una storia incredibile agli occhi dei lettori occidentali, molto spesso ignari delle vicende di un paese come quello della Corea del Nord. «Il paese più misterioso del mondo è anche il più tragico e per uno scrittore rappresenta un territorio straordinariamente stimolante» – afferma Johnson in un’intervista a Repubblica del 12/02/2013 – per indagare la vita di tante persone comuni in un regime di oppressione. Lo stesso David Mitchell, autore di L’atlante delle nuvole, coglie appieno la particolarità di questo romanzo «ingegnoso e audace che dà dipendenza» e ricorda «a tutti che le vittime anonime di un’oppressione sono anche esseri umani capaci di amare».

 

 

La misteriosa felicità della casa a Nord-Est

giovedì, aprile 11th, 2013

Una misteriosa felicità” è la nuova rassegna dedicata al giornalista e scrittore Sergio Maldini (Firenze 1923 – Udine 1998), che si terrà dal 9 al 14 aprile 2013 in Friuli. L’iniziativa PERCORSI di VERSI: il Medio Friuli incontra Sergio Maldini” è a cura del Progetto Integrato Cultura del Medio Friuli. Prevede quattro interessanti appuntamenti su Sergio Maldini, la sua amicizia con Pier Paolo Pasolini e sulla scrittura del romanzo “La casa a Nord-Est” (Marsilio Editori 1992), vincitore del Premio Campiello 1992. A concludere la rassegna sarà proprio la lettura integrale del libro con l’accompagnamento d’interventi musicali presso Santa Marizza di Varmo, luogo prediletto dall’autore.

Sangue friulano, Sergio Maldini deve lasciare per amore del proprio mestiere i paesaggi dell’adolescenza per trasferirsi nella grande città. Giornalista e inviato speciale del “Resto del Carlino” e della “Nazione”, vive molti anni tra Bologna e Roma. Tuttavia il suo forte attaccamento per le terre friulane non lo abbandona mai, anzi si radica in lui a tal punto da diventare non solo un romanzo ma anche un progetto di vita, sognato e poi vissuto. Questa “casa a Nord-est”, protagonista dell’omonimo romanzo, esiste veramente come ideale che prende forma nella realtà della bassa friulana del Varmo, un luogo che non è solo un sogno per la pace dei sensi, ma un laboratorio per promuovere e diffondere cultura. «Vorrei, insomma, una casa creativa, allegra e un po’ folle come un bambino, aperta alla conoscenza come un ateneo, un appartamento ateneo di provincia, in cui io e tutti voi si possa essere in grado di qualificare con felicità l’ultima parte della nostra vita», racconta lo stesso Sergio Maldini. É una casa aperta alla conoscenza, un’occasione d’incontro per amici e artisti, che va ben al di là di una pura invenzione letteraria.

Con “La casa a Nord-Est” Maldini torna alla narrativa dopo trentanove anni di silenzio, durante i quali la lunga e prestigiosa militanza giornalistica lo tengono lontano dalla scrittura romanzesca perché «scrivere un libro è, dovrebbe essere, un atto sacro, come mettere al mondo un figlio». Come narratore, esordisce già molti anni prima con una raccolta di racconti, “Trieste 1944”, tanto ammirata dal critico Silvio Benco, e poi nel 1953 con il romanzo “I sognatori” si aggiudica il Premio Hemingway. A seguire qualche altro libro di saggistica e una raccolta di reportage che lo conferma vincitore del Premio Estense 1968. Il suo ritorno alla scrittura di ampio respiro non delude certo il grande pubblico né la critica.

Quella che leggiamo è la storia di un’ossessione. Il desiderio irrefrenabile di costruire una casa vera, che corrisponda a una misura più autentica e piena del vivere. A muoversi sulla scena è Marco Gregori, un giornalista romano di mezz’età che non riesce più a sopportare i ritmi estenuanti del suo lavoro e della vita cittadina di Roma. Nei suoi progetti c’è ormai un’unica volontà: fuggire in un luogo che sia solo suo per ritrovarsi. Torna allora all’amata patria, la campagna del Nord-Est, e decide di acquistare un rustico. In passato teatro di una passione clandestina di Napoleone per una signora del luogo, questa antica casa di campagna diventa a poco a poco la protagonista indiscussa del romanzo e della rinascita di Marco Gregori. Lontano dall’aria opprimente e caotica della capitale, Gregori-Maldini matura esperienze nuove di amore e amicizia, scandite da un tempo altro, mitico, in cui l’io riscopre l’autenticità degli antichi valori. E’ lo scenario di un Friuli ideale alla ricerca delle proprie origini: solitudine e pace interiore sono le prerogative necessarie per avvicinarsi agli antichi valori del patriarcato, ormai dimenticati dalla moderna società metropolitana.

Come ha scritto Cesare De Michelis «la casa a Nord-Est colma quel vuoto al quale speriamo invano di sfuggire, riempiendolo di una sobria pienezza di vita, di un generoso slancio d’amore che non rinunciamo a sperare possa un giorno tornare ad essere definitivamente nostro». Gregori-Maldini cerca quell’ approdo morale ed esistenziale che si vorrebbe raggiungere quando ormai è tempo di riassumere la propria vita, quel nido di rapporti umani sinceri ai quali sempre ritornare perché restano nonostante il tempo. Due amori inseguono il protagonista fino alla fine: quello per Antonia e quello per la casa, entrambi metafore della ricerca di una vera e propria coscienza d’amore per la propria anima. E’ lo struggimento di un uomo che, mentre avanza verso la vecchiaia, chiede ancora una volta a se stesso il senso di un’identità più vera.

 

 

Il mito di Circe

mercoledì, aprile 3rd, 2013

«Circe… quella dea o maga o strega, quella insomma che trasformava gli uomini in maiali. Nell’immaginario collettivo, si è fissata così: con una bacchetta in mano e tanti animali intorno. Le donne di Ulisse sono queste: Calypso, la devota amante, Nausicaa, l’ingenua innamorata, e Penelope, la compagna della vita, il modello della sposa fedele.

Circe è l’eccezione, è la femme fatale, la cinica e fredda seduttrice, la donna-trappola, colei che inganna e porta alla rovina.

E’ proprio così?»        

 

 

Maria Grazia Ciani, curatrice della nuova collana “Variazioni sul mito”, pone in discussione il ruolo tradizionale di Circe nella letteratura classica, anticipando il tema centrale della ricerca di Cristiana Franco nel nuovo saggio “Circe” per la collana Grandi Classici tascabili che esce in questi giorni per Marsilio.

Il mito di questa dea nella celebre Odissea omerica ispira da secoli l’immaginario letterario classico e moderno. Ma se le interpretazioni più comuni hanno sempre visto in Circe la femme fatale, capace di sedure gli uomini fino a renderli privi di intelligenza e valore, le riscritture non convenzionali del mito hanno rovesciato completamente questa figura. Spaziando tra classici antichi, Omero, Ovidio e Plutarco, e autori moderni come Webster e Atwood, Cristiana Franco ci mostra l’estrema originalità di Circe, una donna dalle molteplici e sottili sfumature, che sa essere anche amante rifiutata e vendicativa o addirittura benefattrice perché dispensa felicità agli uomini. Questo saggio pone un interrogativo interessante sulle cause della sua cattiva fama nel mondo letterario e sono forse le scritture contemporanee a fornirci una risposta, lasciando la parola alla dea stessa.

Così Maria Grazia Ciani spiega che «i lettori moderni dell’Odissea, coloro che si sono dedicati alla rivisitazione del personaggio Circe – spicca tra questi Margaret Atwood – ci offrono un’interpretazione diversa: quella di una donna che comprende in sé tutte le altre, ma, più avveduta, più intelligente, più consapevole di  sé, esige , per la sua passionalità, riconoscimento e rispetto da parte dell’uomo. Rileggendo attentamente tutti gli episodi che la vedono agire, dobbiamo riconoscere in lei la donna delle “pari opportunità”, nel senso più moderno dell’espressione. Nell’era che tende a considerare i classici come merce in disuso, decisamente inattuale, ecco una figura viva, più attuale che mai. Tutta ancora da riscoprire»

E’ possibile allora leggere il mito non solo dal punto di vista maschile di chi non sa più come dominare i propri istinti bruti, ma anche da una nuova prospettiva femminile.

E se la colpa non fosse sempre delle doti seduttive e incantatrici della donna ma anche dell’incapacità degli uomini di instaurare un rapporto di parità e reciproco rispetto?

Se le donne fossero stanche di essere circondate sempre da uomini superpotenti e aggressivi e cercassero invece un altro genere di compagno, capace di non temere la propria vulnerabilità?

Ribellarsi al mito, come insegna la Circe di Atwood, che compare qui nella sua prima traduzione italiana, può portare a un cambiamento rivoluzionario nel rapporto tra i sessi. Non più uno scontro, ma un incontro condiviso. Così Cristina Franco trova nelle variazioni sul mito un nuovo modo di leggere la tradizione perché «Circe, e le donne che ne vogliano seguire l’esempio, possono rivelarsi delle trasformatrici potenti, facendosi carico – missione davvero eroica e pioneristica – di indirizzare il futuro dell’umanità verso nuovi paesaggi».

Un racconto inedito di Giuseppe Lupo

venerdì, marzo 29th, 2013

Giuseppe Lupo ci regala per Pasqua un racconto inedito dal titolo  “Una canna verde in una vigna secca”, storia di Biagio Pascale e del figlio Cosimino tra le montagne innevate della Lucania. È giovedì santo. Un nonno prende per mano suo nipote e gli racconta la storia di Biagio, vecchio amico dei tempi di guerra.

Giuseppe Lupo, scrittore e saggista, nato in Lucania (1963) e docente di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano, autore del celebre “L’ultima sposa di Palmira” finalista al Premio Campiello 2011, ci regala in esclusiva un’altra magnifica storia a metà tra mito e realtà, animata da personaggi senza tempo e memoria, in un non luogo sempre al limite tra «storia, anti-storia e controstoria», volti e voci, eventi simbolici in un incedere rituale di celebrazioni pasquali avvolti in una magia che fanno di questo piccolo racconto una fubula ancestrale.

 

Una canna verde in una vigna secca

I monti della Civita erano sempre innevati quando Cristo passava in proces­sione nelle strade del mio paese e moriva crocifisso sui Piani di Malva. Nonno mi pigliava la mano e mi portava in soffitta. «Guarda» diceva. E indicava, quasi per accarezzarle, le colline di Spineta, frastagliate di luci come un cielo senza nuvole. «Là abita Biagio Pascale con la famiglia».

Biagio era un amico di vecchia data. In tempi di guerra nonno aveva incontrato un uomo scalzo sulla strada di Trediscese e l’aveva raccolto sul traino: era lui. Durante il tragitto un sacco di farina era sparito. Nonno se n’era accorto, ma non aveva detto niente. Qualche anno dopo, Biagio era venuto a restituirglielo e a chiedere se voleva battezzare Cosimino, il primo e l’ultimo dei suoi figli, nato in un’età tardiva. Fu organizzato un gran banchetto alla Spineta e si festeggiò con gli organetti fino a notte fonda. «Questo bimbo me l’ha donato il cielo» ripeteva Biagio. «È una canna verde in una vigna secca».

Non poteva venire Pasqua senza che io e nonno non passassimo una giornata insieme a Biagio, alla Spineta. Ricordavamo il battesimo di Cosimino e al ritorno ci accodavamo al corteo del Giovedì Santo: una lunga sfilata di tamburi, scudi, lance, calzari e in ultimo, dietro i Sacerdoti del Sinedrio mascherati di barbe e mantelli, si trascinava Cristo vestito di rosso, che inciampava tre volte e cadeva.

 

 

«È solo un ragazzo con la parrucca e la tunica» ripeteva nonno per non farmi impressionare, «domani lo vedrai a braccetto con la Madonna». Partecipava anche lei alla processione: incontrava il fidanzato al mulino e lo seguiva a distanza, lacrime agli occhi, fino alla crocifissione che avveniva, a un’ora tarda, sulle grotte dei Piani di Malva. Laggiù i Frustatori scavavano una buca e piantavano la croce in attesa che dietro l’Acquedotto sparassero i colpi d’artificio. A quel punto le Pie Donne fingevano di gridare al terremoto, i soldati gettavano a terra le lance e fuggivano, i Sacerdoti cominciavano a ragionare di sigari e tressette. Per ultimo, come un elefante, se ne andava pure Caifa, un vecchio dalla corporatura massiccia e con una scodella a forma di candelabro in testa, un tipo misterioso che si vantava di scacciare i demoni con il coltello, calcolare le gravidanze con la luna, chiamare per nome i morti, indovinare il tempo degli innesti. Era il personaggio più imponente e gli spettatori si appostavano sopra le grotte per sentire lui che gridava: «Baffone, se sei Figlio di Dio, salvati!»

Quell’anno, mancando coppie di fidanzati, gli organizzatori scelsero a sorteggio Cristo e la Madonna e pensarono di aggiungere pure gli ambasciatori egiziani che cavalcavano quattro giumente con i finimenti dorati, il Centurione che guidava la biga trainata da cavalli morelli, Barabba con le mani nei ceppi, Giuda con il cappio al collo, Pietro con la spada, Malco con le scarpe calzate all’incontrario e perfino Giuseppe d’Arimatea, che doveva camminare nascosto, a passi impauriti, con la faccia incredula per il miracolo che sarebbe accaduto dentro la sua tomba.

Dai monti della Civita il vento calava a folate improvvise e portava neve. In strada c’era poca gente e la processione si fermò in piazza solo per dare il tempo a Fanuele il sagrista di entrare nel Bar Sport e distribuire santini e ostie consacrate ai clienti seduti ai tavoli. «Venite a portare conforto a quel ragazzo» continuava a ripetere, bussando con le nocche delle mani sul vassoio. Dopodiché uscì e fece segno di ripartire. Prima si mossero i tamburi, poi le lance, poi le barbe e i mantelli. La gente addossata nei vicoli ripeteva: «Hanno fatto le cose in grande».

Non c’era mai stata una Pasqua così fredda e il corteo procedeva tanto di fretta da arrivare in anticipo al mulino della Conduttura, dove era previsto l’incontro con la Madonna. Qui Caifa, non vedendo apparire mantelli azzurri, gridò di camminare perché stava nevicando forte. La Madonna giunse ai Piani di Malva con ritardo, in mezzo alle Pie Donne che si reggevano fra loro per non scivolare. Piangeva come piange chi sa che è tutto finto e di lì a poco sarà al caldo. Come la vide, Giuseppe d’Arimatea attaccò a recitare la sua parte e non voleva finirla più: «Proprio nella mia vigna doveva capitare il prodigio? Alla mia proprietà la buona sorte della resurrezione?» Aveva la faccia incredula, gli occhi sgranati e tutti si chiedevano chi fosse quest’uomo che parlava così da filosofo.

Per un momento anche Caifa si distrasse con la voce di Giuseppe, ma tornò subito a ragionare di sementi con i Sommi Sacerdoti, mentre i Frustatori spoglia­vano Cristo e gettavano la tunica a terra. Poi quando fu innalzata la croce, cominciò a gridare, com’era tradizione: «Baffone, se sei Figlio di Dio, salvati!»

Chi era lì pareva non aspettasse altro e le risa coprirono i singhiozzi della Madonna. Poi, non appena Cristo emise l’urlo, fu dato il segnale ai fuochi d’artifi­cio: bum, bum, bububùm… Il rito era compiuto e i soldati, i centurioni, le giumente si dispersero nei terreni.

«Lascia sfollare e ti faremo scendere» mormoravano i Frustatori al ragazzo che stava appeso a braccia spalancate. Accadeva ogni anno così: lo avvolgevano in una coperta, gli avvicinavano alla bocca un bicchiere di Stock 84 e un’automobile aspettava a motore acceso, giù al bivio, per portarlo a casa.

Il cielo, però, si era fatto davvero scuro e le nuvole avevano disteso un lenzuolo buio sui monti. Cristo non si muoveva. Quando lo tirarono giù e toccarono il suo corpo freddo, rimasero di pietra e si accorsero di Giuseppe d’Arimatea che ancora ripeteva le domande, come se il freddo avesse fatto inceppare il disco: «Proprio a me doveva capitare la fortuna? Proprio a me? Proprio a me?»

Fu allora che si alzò la voce di una delle Pie Donne, rimaste a far compagnia alla Madonna. «È morto, Cosimino è morto». Giuseppe d’Arimatea allora si gettò sul corpo nudo, si strappò le vesti. «Era mio figlio» piangeva, «la canna verde nata dentro la vigna secca».

Nonno si mise in allarme e cercò di arrampicarsi al campo della crocifissione, ma i carabinieri glielo impedirono. Allora ritornò da me a capo chino. Mi prese per mano, vide i passeri volare via e non disse nulla. Forse ripensava a Biagio Pascale, alla festa della Spineta e a quel bimbo che aveva tenuto in braccio, un mattino di vent’anni prima, mentre una ciotola d’acqua gli bagnava la testa.

Semi di giustizia, fiori di corresponsabilità

giovedì, marzo 21st, 2013

Oggi, 21 marzo, si celebra in tutta Italia la “XVIII Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie”. Dopo il fiume di centocinquanta mila persone che ha invaso pacificamente Firenze lo scorso 16 marzo, raccogliendo l’invito dell’associazione Libera in nome delle vittime di mafia, si rinnova ancora l’invito a ricordare oltre 900 nomi di morti per mano mafiosa e a impegnarsi quotidianamente contro questa “peste”, come la definisce don Luigi Ciotti, fondatore di Libera.

In occasione di questo evento, vogliamo ricordare alcune letture Marsilio per poter conoscere più da vicino il mondo spietato della mafia.

Quattro storie che ricordano l’importanza di agire sempre, ogni giorno, contro le mafie, piccoli ma esemplari percorsi di coraggio e forza, donne e uomini che si ribellano umilmente a un destino scellerato, con l’idea di cambiarlo perché, come diceva Giovanni Falcone «gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini».

Avamposto di Roberta Mani e Roberto Rossi, due cronisti minacciati dalla ‘ndrangheta, racconta con coraggio la verità sulle loro vite e sulla Calabria. L’amore per una terra tanto bella quanto devastata dalla criminalità li spinge a rischiare fino in fondo. Per un futuro migliore. Per credere che sia ancora possibile vivere nella libertà e nella democrazia. Non sono temerari eroi, ma persone comuni con grande tenacia e passione per il proprio lavoro.

E’ animata dallo stesso desiderio di fare i nomi dei propri aguzzini Carmela Iaculano, protagonista di Storia vera di Carmela Iaculano, raccontato da Carla Cerati. Se da bambina sognava di cambiare il mondo, da adolescente Carmela finisce per restare intrappolata nel mondo perverso della mafia. Sposa un mafioso delle Madonie, ma poi decide di denunciarlo e collaborare con la giustizia. Oggi vive sotto copertura. Ha cambiato identità, casa, lavoro, affetti. Per amore dei figli. Un esempio di coraggio e fiducia nella legalità soprattutto per altre mogli di mafiosi e i loro figli, nati in famiglie “sbagliate”. Carla Cerati ci regala dunque un libro che, oltre a essere cronaca della storia siciliana, è testimonianza dell’amore profondo di una madre. Alle orecchie dei ragazzi le sue parole suonano come un monito: «non lasciate che il mondo, la moda o gli altri condizionino il vostro modo di pensare», «non cercate di essere sempre perfetti, siate sempre voi stessi, non dovete avere paura di mostrare le proprie lacrime: rende la vita vera e non un copione da recitare a teatro».

Altri giovani, tra i tredici e i sedici anni, con un destino già segnato, diventano il braccio armato della “Stidda”: sono i Baby Killer  di Giuseppe Ardica giornalista siciliano che lavora per “Rai Parlamento” e che si occupa di cronaca nera.  Nel libro s’incrociano storie di violenza e confessioni inaspettate in un mondo dove uccidere è più attraente del  vivere nella legalità. Questa volta però i criminali dovrebbero essere seduti sui banchi di scuola e avere un nome. Invece sono giovani senza età. Si chiamano con appellativi di battaglia e hanno cinque punte tatuate sul pollice. Primo tra tutti, Simone Iannì che per il suo tredicesimo compleanno si ritrova tra le mani una pistola così da portare a termine un omicidio, commissionatogli dal padre.

Tra le pagine di La punizione di Salvatore Scalia, giornalista del quotidiano “La Sicilia” di Catania e già autore di Fuori gioco, si legge un’altra drammatica vicenda di giovani vittime. Sono quattro adolescenti scippatori che, senza saperlo, si ritrovano a derubare la madre di un potente capo mafia. Da predatori diventano preda e spariscono nel nulla. Anni più tardi un pentito rivela il loro destino ma con nessuna prova concreta. Il processo resta irrisolto.

Rinunciamo alle mimose!

mercoledì, marzo 6th, 2013

Le blogger della 27esima ora, Ilaria Capua, Lella Golfo e Annamaria Zanetti con i loro libri chiedono parità, libertà, cultura per la donna nella società moderna, Maurizio Cohen ricorda Artemisia Gentileschi, pittrice romana del Seicento icona degli abusi subiti dalle donne, mentre Annamaria Zanetti parla di donne vissute nel passato remoto o prossimo ma straordinariamente moderne e vicine a noi per inquietudini e riflessioni. La festa della donna ricorre l’8 marzo di ogni anno per ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze che ancora subiscono in molte parti del mondo. Per la festa delle donne noi di Marsilio rinunciamo alle mimose e vi invitiamo a leggere i nostri libri. Naturalmente siamo di parte, ma certi libri ridanno dignità al nostro lavoro e non smettiamo di proporli.

La 27esima Ora

Questo non è amore

Venti storie raccontano la violenza domestica sulle donne

Dalle autrici del blog del Corriere.it La 27esima ora, un libro-denuncia sugli abusi e le violenze a cui moltissime donne sono sottoposte nel nostro paese. Un’inchiesta di drammatica e bruciante attualità

Donne maltrattate da compagni, fidanzati, mariti, conviventi: perché non denunciano subito? La fatica di convincere sé e gli altri, la “normalità” come sfondo

Un libro che mi ha fatto commuovere e infuriare. Leggetelo, anche se fa maleDaria Bignardi

Sono troppe le donne uccise in Italia dal compagno o ex compagno. Numeri che raccontano un’emergenza nazionale. Anche perché gli omicidi, spesso, sono l’ultimo atto di anni di abusi, vessazioni, maltrattamenti. Storie quotidiane, ci insegna la cronaca. Storie che possono capitare a chiunque. Attraverso il racconto di ogni protagonista, i fatti, le emozioni, le botte, si svelano le cause scatenanti e le dinamiche di coppia. Episodi ripetuti di maltrattamenti alternati a “pentimenti” del partner. E la tragedia sempre in agguato. Tutto questo avviene nella “normalità” e nella convinzione che la violenza riguardi altri. Ma a un certo momento accade “qualcosa” per cui le donne capiscono che così non può continuare. Che cosa? Ogni storia ha una sua “chiave” che la tiene inchiodata alla violenza e una che la porta a non voler più subire. Qualche volta quel maledetto meccanismo si rompe prima che sia troppo tardi. Le protagoniste, raccontandosi, affrontano quella violenza subdola che colpisce le donne nel momento in cui dicono “no”, sottraendosi ai ruoli imposti da qualcosa che è nato come amore. Ma che non lo è più. Violenza fisica e anche psicologica che attraversa le classi sociali e spesso coinvolge i figli.

 

Ilaria Capua

I virus non aspettano

Avventure, disavventure e riflessioni di una ricercatrice globetrotter

La scienziata italiana famosa nel mondo per aver sfidato con successo l’organizzazione Mondiale della Sanità e il conservatorismo nella scienza si racconta con sincerità e ironia in un libro autobiografico

Con le sue scoperte e le sue decisioni coraggiose e controcorrente si è imposta all’attenzione mondiale. I riconoscimenti internazionali non le mancano: eletta «mente rivoluzionaria» del 2008 dalla rivista americana «Seed», è entrata nella classifica dei 50 scienziati top di «Scientific American» e nel settembre 2011 ha ricevuto il prestigioso Penn Vet Leadership Award, il massimo riconoscimento nel suo settore. Eppure Ilaria Capua, la scienziata che il mondo ci invidia, seppur consapevole dell’importanza dei traguardi raggiunti, non si ritiene un’eroina, una martire votata alla scienza, ma semplicemente una donna che crede fortemente in quello che fa e che, non senza fatica e difficoltà, è stata in grado di sfruttare le opportunità che la vita le ha presentato. Con molta sincerità e una buona dose di ironia racconta che il mestiere del ricercatore non è solo microscopi, stanzette buie e libri, ma può rivelarsi un’avventura intensa ed esaltante. Ne emerge il ritratto a tutto tondo di una donna al tempo stesso normale e straordinaria, che non si prende troppo sul serio e non ama andare in giro a dire quanto è brava. Perché brava lo è davvero.

Lella Golfo

Ad alta quota

Storia di una donna libera

Dal 12 agosto 2012 tutti i consigli di amministrazione e i collegi sindacali devono riservare un quinto dei posti alle donne, quota che salirà a un terzo a partire dal secondo rinnovo. Una rivoluzione culturale e silenziosa, che sta aprendo al nostro Paese nuovi orizzonti di democrazia ed equità.
Principale e coraggiosa artefice di tale rivoluzione è Lella Golfo che ha scelto di raccontarsi in questo libro. Con la sincerità di chi vuole mettersi in gioco e rivivere la propria esperienza per offrirla agli altri, Lella Golfo ripercorre qui le varie fasi della sua vita. Sono tante, non tutte facili, ma accomunate dalla passione per le battaglie, grandi e piccole: le prime lotte nella sua terra di Calabria, per i diritti delle «gelsominaie» e delle raccoglitrici di olive, l’arrivo a Roma e l’inizio di una nuova vita, il matrimonio, un figlio – «l’amore della mia vita» –, il sofferto divorzio – «tra i primi in Calabria» –, la politica attiva, l’amicizia mai rinnegata con Bettino Craxi, la caparbietà nel creare e portare avanti la Fondazione intitolata a Marisa Bellisario, l’impegno all’estero e in patria, l’ingresso in Parlamento nel 2008 fino alla più importante affirmative action mai applicata in Italia.
Consapevole che per cambiare alla radice il sistema bisogna entrare di diritto nelle «stanze dei bottoni», Lella Golfo è riuscita a porre sul tavolo la vera questione: l’accesso delle donne al potere. Ma è solo un punto di partenza. Calabrese e testarda fino in fondo, di battaglie da combattere ne ha ancora tante. La sua è la storia di una donna e, insieme, di tutte le donne.

 

Maurizio Cohen

L’ombra di Artemisia

Jenny, giovane attrice alla sua prima esperienza come protagonista, sta girando un film sulla vita della pittrice Artemisia Gentileschi che, all’inizio del Seicento, in una Roma ricca di straordinari fermenti culturali e allo stesso tempo soggetta alle dure regole dell’Inquisizione, fu violentata da un amico del padre, suo insegnante di pittura. Durante le riprese, la sera dell’otto marzo, anche Jenny, tornando a casa, viene aggredita e violentata da tre giovani della Roma «bene», che vengono poi arrestati. Ancora sotto shock, la ragazza si ritrova nella paradossale situazione di dover affrontare due processi: la mattina in tribunale quello per direttissima per lo stupro vissuto sulla sua pelle e il pomeriggio quello di Artemisia riprodotto sul set. Così, poco alla volta il personaggio della pittrice diventa per Jenny una sorta di ossessione, e le due donne, superando qualsiasi vincolo temporale, instaurano un rapporto ricco di emozioni e complicità ma anche di forti incomprensioni, che finisce per minacciare la stabilità psicologica della già fragile Jenny. Il nuovo romanzo di Maurizio Cohen è un intenso racconto sulla violenza e la fragilità umana, in cui le vicende degli abusi subiti da due donne si sovrappongono e si riflettono l’una nell’altra per dimostrare che nel corso della Storia e dell’umanità nulla cambia e tutto si ripete: Jenny e Artemisia non possono che restare vittime dei costumi e delle distorsioni dei propri tempi.

Indomite

Giornaliste, scrittrici, teologhe, patriote nel Veneto dal Seicento al Novecento

a cura di Anna maria Zanetti
a cura di Luccia Danesin

 

Indomite. Donne vissute nel passato remoto o prossimo ma straordinariamente moderne e vicine a noi per inquietudini e riflessioni. Giornaliste (Elisabetta Caminer, Gualberta Beccari, Anna Maria Mozzoni), teologhe (la monaca forzata Arcangela Tarabotti, la giornalista cattolica Elisa Salerno), patriote per l’Unità d’Italia (Jessie White Mario, Caterina Bon Brenzoni, Maddalena Montalban e Leonilde Lonigo). In condizioni storiche di cultura e potere che non le riconoscevano né persone né cittadine, furono fedeli a sé stesse, vivendo in pensiero e azione, con un originale e coraggioso punto di vista di libertà su un mondo che le escludeva. Ora abbiamo la possibilità e il privilegio di scoprirle e conoscerle.

Interventi di: Paola Azzolini, Antonella Barina, Franca Cosmai, Macri Puricelli, Daniela Zamburlin, Anna Maria

 

È una guerra. Che va combattuta.

martedì, febbraio 12th, 2013

Esce domani per Marsilio il libro “Questo non è amoreVenti storie raccontano la violenza domestica sulle donne dalle autrici del blog del Corriere.it La 27esima ora, un libro-denuncia sugli abusi e le violenze a cui moltissime donne sono sottoposte nel nostro paese. Un’inchiesta di drammatica e bruciante attualità.

Il libro verrà presentato il 13 febbraio alle 17.30 allo Urban Center Milano Galleria Vittorio Emanuele 11, Milano.

Interverranno la professoressa Francesca Zajczyk delegata Pari Opportunità, Comune di Milano,  l’avvocato Manuela Ulivi della Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano. Ne discutono Barbara Stefanelli vice direttore «Corriere della Sera» e Giovanna Pezzuoli Blog La27ora. Ci saranno delle letture di Lorella De Luca, Enzo Giraldo e Aglaia Zannetti. Coordina il dibattito Sara Gandolfi Blog La27ora.

La Monna Lisa con un'espressione triste e un occhio nero ben vistoso immagine simbolo della violenza sulle donne

Anticipiamo una parte dell’introduzione.

«Perché non lo lasci, di cosa hai paura? Di morire? Non vedi che sei già morta.» Una scossa per Sara. Le parole dell’amica le aprono il varco, il primo, verso l’uscita da un incubo scambiato per amore. Se questo è amore, tra occhi neri e ferite dell’anima, se lo sono chieste, dopo anni di dolore, Maria, Rosaria, Ileana, Sara… alcune tra le protagoniste di questa inchiesta. Donne che alla fine ce l’hanno fatta. Ce lo siamo chiesto anche noi, giornaliste della «Ventisettesimaora». Perché una donna – quasi sempre adulta e apparentemente libera –, al primo spintone, al primo schiaffo o alle prime parole crudeli, non allontana da sé per sempre l’uomo che la sta minacciando? Gli resta invece accanto, preferisce ripetersi «non sta succedendo a me» e prepararsi il giorno dopo a dire ai figli – poi ai colleghi, agli amici – che non è niente, che ha di nuovo sbattuto contro la porta. «Come si fa ad ammazzare una ragazza per un litigio?» chiedeva il papà di Vanessa Scialfa, la giovane di Enna uccisa, appena ventenne, dal suo convivente il 24 aprile 2012. Perché in Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa da un marito, un fidanzato, dal compagno o ex compagno di anni di vita, spesso padre di figli cresciuti insieme? Ci comprensiamo poste anche altre domande quando, con l’inchiesta Storie di violenza, pubblicata in otto puntate sul «Corriere della Sera», abbiamo deciso di dare un senso e un obiettivo concreto alla nostra indignazione, ascoltando la voce di chi quelle storie stava vivendo. Abbiamo cercato le risposte attraverso le parole delle donne picchiate, tormentate, umiliate. Hanno raccontato episodi ripetuti di botte, alternati ai pentimenti del partner, violenza e tenerezza. E la tragedia dietro la porta. Nell’inchiesta ci siamo fermate un passo prima. Prima della morte. E se “non sta succedendo a me” è l’incredulo mantra che ripetono, prima di tutto a se stesse, le donne mentre vivono nell’incubo, noi abbiamo chiesto “perché succede tutto questo?”. Alle donne che ne stanno uscendo, alle persone che quella violenza incontrano per lavoro: medici, carabinieri, magistrati. E lo abbiamo chiesto agli uomini che in quell’incubo sono gli attori principali: “maltrattanti”, li chiama la burocrazia della giustizia. Perché lo fanno? È dai loro racconti che cominciamo a capire. «La perdita di controllo» sostiene Francesco. Il burrascoso crescendo di incomprensioni, dice Mario. E “quelle”, le fidanzate, le mogli, le amanti, ansiose, rompiscatole, disubbidienti. Così gli uomini anche quando stanno cercando di capire che cosa li ha spinti a brutalizzare le compagne, minimizzano o negano i loro gesti. Non sono parole opposte quelle tra uomini e donne. Ma voci che si integrano. Solo che marciano su monologhi paralleli.

La Giornata della Memoria

domenica, gennaio 27th, 2013

La Giornata della Memoria

In Italia il 27 gennaio – giorno della liberazione del campo-simbolo di Auschwitz – è il giorno dedicato al ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.

Il testo dell’articolo 1 della legge italiana definisce così le finalità del Giorno della Memoria:

“La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

Marsilio ha pubblicato molti libri dedicati alla Memoria.

David Meghnagi in RICOMPORRE L’INFRANTO cerca di analizzare l’esperienza dei sopravvissuti alla Shoah affrontando il tema dell’elaborazione del lutto collettivo attraverso quattro figure chiave: quella del “custode” Marek Edelman, medico e leader del Bund, vicecomandante della rivolta del ghetto di Varsavia; del “testimone”, lo scrittore Primo Levi; dell’”eretico” Isaac Deutscher, biografo di Trockij; del “mistico” Gerschom Scholem, amico di Walter Benjamin e storico della Qabbalah.

Frediano Sessi e Carlo Saletti con VISISTARE AUSCHWITZ hanno scritto la prima guida all’ex campo di concentramento e al sito memoriale, una guida ricca di informazioni, fotografie e mappe, di suggerimenti puntuali per aiutare il visitatore a entrare in ciò che resta oggi di questo terribile passato, un utile strumento per cominciare a ricostruire la storia del complesso concentrazionario e a rivivere con l’immaginazione i frammenti di vita quotidiana di molti dei deportati ebrei e non che vissero in questo luogo i loro ultimi giorni.

Frediano Sessi ha da pochi giorni pubblicato per Marsilio IL LUNGO VIAGGIO DI PRIMO LEVI La scelta della resistenza, il tradimento, l’arresto. Una storia taciuta, la ricostruzione puntuale e documentata delle settimane che videro Levi passare dalla scelta antifascista alla lotta partigiana, apre altri scenari, suggerendo un legame di continuità tra la vita partigiana e la lotta per la sopravvivenza ad Auschwitz. Una storia inedita, raccontata per la prima volta a partire da documenti ritrovati, interviste e ricostruzioni d’ambiente.

LE DONNE E L’OLOCAUSTO di Lucille Eichengreen è uno dei pochi memoriali che si concentra esclusivamente sulle donne. Con sincerità straziante, Lucille Eichengreen offre uno sguardo approfondito e sincero dell’esperienza femminile nei campi nazisti. Raccontando la storia della propria sopravvivenza, esplora il mondo delle altre donne che ha incontrato, dal potere femminile delle guardie SS, alle prigioniere che erano costrette a prostituirsi per il cibo.

IL SILENZIO DEI VIVI di Elisa Springer racconta un segreto tenuto nasconto cinquant’anni, unico caso al mondo di un silenzio così profondo che si interrompe in un racconto della storia della sua drammatica vita, morte e rinascita. Il libro di Elisa Springer assume il peso di quei testi che sanno parlare agli uomini e alla storia, al cuore e alla mente.

LA VOCE DEI SOMMERSI di Carlo Saletti sfata il mito tragico del silenzio degli innocenti e la convinzione ancor più radicata che i “corvi neri” dei crematori fossero ebrei che avevano deciso di collaborare con i nazisti per distruggere i loro fratelli, rende la parola ai “sommersi”, fa sentire la loro voce di testimoni integrali. Essi hanno scritto con la precisa consapevolezza di essere i soli cronisti che avrebbero potuto rendere conto dell’orrore, là dove l’orrore era assoluto, un libro evento, che aggiunge nuova conoscenza alle ragioni e alle dinamiche della macchina dello sterminio nazista.

Il mestiere dell’editore

lunedì, gennaio 7th, 2013

Cesare De Michelis, presidente della Marsilio Editori, ha ieri recensito sul Sole 24 Ore il libro “Essere editori oggi” :due punti editore che sarà in libreria alla fine di gennaio. Il libro è opera dei tre soci fondatori della casa editrice e cioè Andrea L. Carbone, Giuseppe Schifani e Roberto Speziale, libro-manifesto su cosa voglia dire oggi produrre libri.

Cesare De Michelis editore da più di cinquant’anni dice la sua in un articolo che sta suscitando forti reazioni.

Voi che ne pensate? Cosa pensate debba fare un editore oggi?

Il mestiere dell’editore

produrre i libri

di Cesare De Michelis

Cari amici di :due punti edizioni, il libro-manifesto che vi accingete a mettere in circolazione col titolo Essere editori oggi prende lo spunto dalla crisi che in quest’ultimo anno ha investito anche l’editoria libraria e soprattutto le piccole case editrici, che sono ovviamente le più fragili, e dalla rivoluzione che contemporaneamente è stata provocata dall’affermarsi delle nuove tecnologie, a cominciare dall’e-book, le cui conseguenze non è facile né immaginare né misurare, e vuole aprire un confronto per ridefinire lo statuto stesso del lavoro editoriale e più in generale del lavoro culturale.
La premessa da cui partite è che nessuna tecnologia può sostituire l’editore (o l’editor) nel suo ruolo fondamentale di “selezionatore” dei testi da offrire al pubblico tra i molti che vengono prodotti e quindi di promotore della loro diffusione, ma al tempo stesso valutate severamente i modi nei quali l’editoria attuale svolge il suo compito, asservita com’è a logiche di mercato “consumiste” e dominata com’è da concentrazioni “monopoliste”, che vanno contrastate duramente per non compromettere la libertà del l’intero sistema della conoscenza e della creatività, la quale per altro riconoscete che la vostra attività di piccoli editori non è stata e non è in grado di difendere da sola.
La rivoluzione tecnologica e il sistema partecipativo consentito dalla rete possono, dunque, trasformarsi in una straordinaria occasione per rivoluzionare il sistema in essere rendendolo “migliore”, riducendo di fatto il potere della finanza, perché le risorse necessarie all’impresa editoriale sono di gran lunga minori, e il potere del pubblico, che attraverso le comunità virtuali è assai meno condizionato dal marketing e dalla pubblicità e, quindi, capace di orientarsi più liberamente, il che dovrebbe premiare le proposte (i libri) degli editori “impegnati e militanti” come voi.
A dire il vero l’esperienza già fatta dal cinema o dalla musica non sembra darvi ragione, visto che gli orientamenti degli spettatori e degli ascoltatori non sembrano essersi inequivocabilmente rivolti verso opere di maggior impegno o qualità, ma la ragione delle mie perplessità non dipende soltanto da uno scetticismo consolidatosi negli anni, quanto invece dal proposito che difendete di correggere le distorsioni del libero mercato trasformandolo in “equo e solidale” attraverso strumenti come la “garanzia partecipativa” o il no-profit. Voi stessi alla fine del manifesto affermate come essenziali due valori che è sempre stato difficile far convivere: da un lato c’è la “bibliodiversità” e cioè il pluralismo e dall’altro la “sostenibilità” e cioè la misura, frutto di una selezione responsabile, che non affidi alla discrezionalità dei lettori tutta la responsabilità della scelta di fronte a un’offerta che rischia di essere smisurata.
La necessità di investire risorse economiche per pubblicare un libro ha fino ad oggi consentito di misurare la “sostenibilità” in modo non ideologico: un libro si poteva stampare e mettere in commercio solo immaginando un pubblico di lettori (e acquirenti) che consentisse di recuperare le spese sostenute, e il fatto che l’autore non venisse considerato un lavoratore da retribuire, ma un socio con il quale dividere gli incassi, era il modo per riconoscerne l’indipendenza e l’autonomia. Quando tutto il sapere e tutta l’invenzione degli autori sarà gratuitamente disponibile in rete diventerà ancora più difficile orientarsi nella foresta delle proposte editoriali e insignificante o superfluo misurare il consenso che ciascuna di esse sarà capace di raccogliere, e probabilmente diventeranno decisive le risorse da destinare alla propaganda e alla promozione, che non venendo dal pubblico verranno da chi ha “interesse” a sostenere idee o persone a prescindere dal giudizio dei destinatari.
A questo punto l’editore non conterà più per le sue scelte, ma per la capacità di raccogliere fondi al servizio di forze che lo sovrastano e ne condizionano il lavoro. Il mercato del libro dalle sue origini, da quando cioè è stato possibile riprodurre meccanicamente un testo, è stato caratterizzato da un eccesso di offerta rispetto a una domanda che faticava a esprimersi con chiarezza, e contemporaneamente ha dovuto fare i conti con la pretesa di limitare la sua libertà con strumenti più o meno autoritari, perché è stato subito chiaro che non tutti i libri erano egualmente “buoni”, anzi che molti di essi diffondevano errori o menzogne, o peggio suggerivano azioni malvagie o criminali.
Alla fin fine c’è da augurarsi che, mentre si trasformerà il supporto sul quale i libri, molti libri, andranno in giro cercando e incontrando lettori, il mercato resista abbastanza simile a quello che esiste, il quale poi pur tra mille contraddizioni ha certo consentito a molte misere opere di vendere più copie di quante avrebbero meritato, ma ha anche permesso lo sviluppo e la diffusione di una cultura che, nonostante i guai della modernità, non è certo peggiore di quella che la ha preceduta. Qualità e quantità, è cosa nota, faticano a procedere insieme, ma l’importante è che il confronto continui rinnovandosi ogni volta, mediando e rimediando, senza né sperare né attendersi che il conflitto possa essere superato una volta per tutte.

Da Domenica de «Il Sole 24 ore» del 06.01.2013, p. 19.

 

Capogrossi. Una retrospettiva in 140 caratteri

martedì, novembre 27th, 2012

Vinci il catalogo della mostra autografato con un solo tweet!

L’iniziativa

In occasione della mostra Capogrossi. Una retrospettiva alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia e della pubblicazione del catalogo Marsilio dopo oltre trent’anni dall’ultima monografia edita su Giuseppe Capogrossi che si pone come opera esaustiva del percorso artistico di Capogrossi, corredata da un’ampia documentazione fotografica e documentaria edita e inedita e da un ricchissimo apparato iconografico, si inaugura oggi l’iniziativa “Capogrossi. Una retrospettiva in 140 caratteri”: chiediamo a chi visita la mostra di fare un tweet utilizzando l’ hashtag  #Capogrossi. Il tweet più originale e pertinente verrà premiato con una copia omaggio autografato dal curatore della mostra Luca Massimo Barbero. A decidere il vincitore sarà lo stesso curatore Luca Massimo Barbero.

La mostra

Fino al 10 febbraio 2013 Giuseppe Capogrossi (1900 – 1972) sarà protagonista assoluto della mostra organizzata dalla Collezione Peggy Guggenheim; il pittore romano è tra i più celebri protagonisti della scena artistica del secondo dopoguerra insieme a Lucio Fontana, Raffaele Frumenti, Alberto Burri ed Emilio Scanavino. La mostra curata da Luca Massimo Barbero traccia l’iter artistico dell’artista romano, spaziando dai capolavori figurativi degli anni ’30, come I canottieri (1933), Il temporale (1933), La piena sul Tevere (1933), ai grandi formati degli anni ’60, quali Superficie 399 (1961) e Superficie 449 (1962), dominati da quel simbolo archetipo e originario, che ha fatto identificare il pittore con il gusto dell’Italia degli anni ‘50 e ‘60.

La retrospettiva è stata realizzata in collaborazione con la Fondazione Archivio Capogrossi, Roma, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Sono oltre settanta le opere in mostra, rintracciate dopo lunghe ricerche in collezioni private e importanti musei, tra cui il Centre Georges Pompidou di Parigi, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, il Mart di Rovereto, la Galleria d’Arte Moderna di Torino, oltre al Solomon R. Guggenheim Museum di New York.

 

Il catalogo

Marsilio Editori ha pubblicato il volume Capogrossi. Una restrospettiva curato da Luca Massimo Barbero, catalogo e insieme studio monografico sul percorso artistico di uno degli esponenti principali della ricerca avanguardistica del secondo Novecento, dagli esordi fino alla piena acquisizione del suo personalissimo e inconfondibile segno “a forchetta”.

Ecco come Luca Massimo Barbero descrive l’artista:

“Quando nel gennaio del 1950, alla Galleria del Secolo di Roma, appaiono i segni delle nuove pitture di Giuseppe Capogrossi, si scrisse di una piccola rivoluzione nell’arte italiana del secondo dopoguerra. Su quelle tele sono impressi i nuovi segni della sua ricerca, quei segni a forma lunata, dentata, una sorta di lettera proveniente da un alfabeto alieno. Nasce così il “Caso Capogrossi” e da subito quella forma è riconosciuta come originale e originaria, armata di segmenti che affrontano e modificano l’idea di spazio, quel segno che per decenni causerà in tutti gli osservatori il tentativo d’associazione con ogni possibile oggetto reale e che il suo autore nominava con orgoglio: Elemento. Celebrare Giuseppe Capogrossi è un compito necessario per presentare al pubblico internazionale una delle figure più complete e centrali dell’arte europea del secolo trascorso”.

I saggi introduttivi di Valerio Rivosecchi, Francesca Romana Morelli e Luca Massimo Barbero ripercorrono la storia di Giuseppe Capogrossi a partire dal 1922 fino agli anni Cinquanta. Dal realismo delle prime opere, negli anni Trenta Capogrossi passa a una nuova fase conosciuta come tonalismo: il pittore non bada più alla figura e alla forma, ma si concentra sul colore e sulla luce, ora veri protagonisti delle tele (Valerio RivosecchiCapogrossi e il contesto romano tra le due guerre).

Segue, dopo la Quadriennale del 1935, un periodo di silenzioso isolamento durante il quale l’artista continua a lavorare, rimanendo però al di fuori da qualsiasi polemica (Francesca Romana Morelli - Capogrossi fino al 1949: dagli esordi all’École Romaine, alla conquista del ‘segno’).

Negli anni Quaranta e Cinquanta il tonalismo di Capogrossi raggiunge il suo apice: l’artista lavora su pochi temi, ne isola uno in particolare e lo mette progressivamente a fuoco, rendendolo sempre più essenziale, fino a stravolgerlo. È un’arte sintetica e interiore, ben esemplificata dalla serie delle Superfici (Luca Massimo Barbero – Giuseppe Capogrossi).

Il saggio di Francesca Pola dedicato all’opera di Capogrossi negli anni Sessanta si sofferma sui legami instauratisi tra Capogrossi e le neoavanguardie, e in particolare con Lucio Fontana, entrambi sostenitori del concetto di spazio sulla tela (Francesca Pola - Il segno civile: dentro il respiro della vita. L’opera di Capogrossi negli anni sessanta).

Giorgio Mastinu analizza invece le opere su carta di Capogrossi, i disegni, le gouaches e i collages. (Giorgio Mastinu - Segno/disegno/progetto: le opere su carta), il saggio a quattro mani di Luca Massimo Barbero e Francesca Pola (Un percorso inedito: Capogrossi e gli Stati Uniti) e quello di Giorgina Bertolino (Francia, Europa, Giappone: Giuseppe Capogrossi e i contesti artistici internazionali degli anni cinquanta) si soffermano invece sull’influenza che l’arte del maestro italiano ebbe in ambiente internazionale e, insieme, sulla suggestione che le tendenze pittoriche di altri paesi ebbero su di lui.

Sileno Salvagnini approfondisce il rapporto tra la critica d’arte e Capogrossi (Capogrossi e la critica d’arte italiana al tempo dell’informale), mentre il saggio di Laura D’Angelo riprende il ricco epistolario del pittore e ne ripercorre le tappe fondamentali (Lettere a Capogrossi).

Il testo di Paolo Bolpagni, infine, pone l’attenzione sullo sviluppo e sulla fortuna del segno capogrossiano non solo in pittura, ma anche nel mondo dell’architettura, della manifattura e dell’industria (Capogrossi e una ‘idea’ di Italian Style).

Una biografia esaustiva a cura di Ileana Pansino, l’elenco puntuale delle mostre dedicate a Capogrossi e una dettagliata bibliografia critica sul lavoro dell’artista chiudono il catalogo.

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