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Assedio di Leningrado la verità proibita

giovedì, novembre 14th, 2013

Vi proponiamo il meraviglioso articolo uscito su La Stampa di Anna Zafesova lo scorso 12 novembre sul nostro libro Diario Segreto di Ol’ga Berggol’c .

Il libro sarà presentato a Bookcity il prossimo 23 novembre alle ore 16 a Palazzo Greppi – Università degli Studi di Milano (via Sant’Antonio 10)

 

Nei Diari della poetessa Olga Berggol’c la tragedia della città stretta nella morsa nazista, stremata, affamata, trascurata da Mosca: l’altra faccia dell’eroismo magnificato da Stalin. DAI MICROFONI DELLA RADIO diceva quello che le chiedeva il regime esaltando il coraggio e incitando alla lotta. «I meschini rituali del potere e del partito che suscitano una penosa vergogna».

 

«Nessuno è stato dimenticato e nulla è stato dimenticato».

Queste rime di Olga Berggol’c sono incise nel marmo del cimitero Piskariovskoe, dove è sepolto mezzo milione di vittime dell’assedio di Leningrado. Nelle fosse comuni nel tremendo inverno 1941-42 venivano gettati 10 mila corpi al giorno. Lì ci sono anche i resti di Nikolai, il marito della poetessa. Lei, la voce dei sopravvissuti, aveva chiesto di essere sepolta lì, ma quando è morta, nel 1975, i dirigenti del partito gliel’hanno negato.

Perché Olga Berggol’c era sì la musa e l’eroina di una delle più grandi tragedie della Seconda Guerra mondiale, ma era anche un personaggio che il regime considerava inaffidabile, una «doppiogiochista» come le aveva urlato il magistrato dell’Nkvd che la interrogava in carcere, che cercava di «non raccontare menzogne, se non quelle imposte dalla censura».

Una doppia verità e una doppia vita: per 900 giorni la sua voce è arrivata via radio nelle case buie e fredde dove gli abitanti della città stretta d’assedio dai tedeschi stavano morendo di fame e terrore, leggeva poesie che inneggiavano al loro coraggio, li incitava a continuare a lottare. E nello stesso tempo, anche lei congelata e denutrita, scriveva nel suo diario quello che non poteva raccontare: la morte onnipresente, la fame, la disperazione, e «i meschini rituali del potere e del partito che suscitano una penosa vergogna» e continuano imperterriti mentre la gente comincia a cadere per strada, stremata, e mentre le truppe di Hitler avanzano, «come hanno fatto a portare le cose a questo punto!».

Una verità amara sulla guerra, così diversa dalla trionfalistica propaganda che lei stessa ascoltava e produceva alla radio, da affidarla solo ai diari segreti che a un certo punto seppellì in cortile: «La dedica ai posteri non sono riuscita a scriverla. E poi… non è per loro che mi spremo l’anima… ma per me stessa, per noi, che viviamo qui, oggi, incancreniti nella menzogna».

Dopo la morte della poetessa i diari vengono sigillati negli archivi, file segreti, inaccessibili. Solo dopo la fine dell’Urss ne vengono pubblicati alcuni stralci, che oggi per la prima volta appaiono in italiano ( Diario proibito , Marsilio, pp. 159, € 14). Una testimonianza appassionata e atroce, che registra l’abituarsi all’orrore quotidiano, dal terrore cieco per le prime bombe, nel settembre 1941, «uccidetemi pure, ma non terrorizzatemi con quel fischio maledetto», fino alla routine di «otto allarmi aerei al giorno» per i quali non si scende più nemmeno nel rifugio. E poi la fame, onnipresente, straziante.

Quando gli amici riusciranno a farla scappare, ormai ridotta alla distrofia alimentare, a Mosca, rilegge i diari e si vergogna di avere «scritto solo di cibo, un continuo, ossessivo delirio della fame». Il marito Nikolai muore, denutrito, e diventa normale ricordarsi di «scrivere delle lettere alle persone che mi sono care, forse saranno le mie ultime lettere», in una città dove si muore ogni giorno, sotto le bombe e, accasciandosi direttamente sui marciapiedi gelati, di distrofia. Parola che viene proibita, e gli ospedali nei certificati di morte mettono diagnosi false, per non ammettere che il governo sta lasciando morire di fame i leningradesi (ne periranno quasi 700 mila, senza contare i 20 mila morti sotto le bombe).

Si parla di cannibalismo, genitori che mangiano i figli, cacciatori che adescano bambini per strada, mentre Mosca proibisce di inviare viveri agli assediati perché c’è già il governo che «sta provvedendo». Un incubo che fa sobbalzare la Berggol’c quando, a Mosca, sente parlare di «eroismo» di Leningrado: «Strombazzando il nostro coraggio nascondono al popolo la verità su di noi».

La città che il regime considera focolaio dell’opposizione è odiata da Stalin, che sembra quasi cogliere l’occasione per piegarla, e sotto le bombe tedesche continua implacabile a funzionare la macchina della repressione. Il padre di Olga viene mandato al confino, nonostante come medico fosse utile in città: «non è piaciuto il suo cognome» di origine tedesca.

In un «cantuccio buio buio, assolutamente dostoevskiano», sta morendo di fame e paura Anna Achmatova, la grande poetessa bollata come «reazionaria» dal partito. La stessa Olga è stata miracolosamente rilasciata dal carcere, dopo aver perso il bambino che aspettava: «Mi hanno strappato l’anima, rovistandovi dentro con le loro fetide dita, e dopo averla oltraggiata, insudiciata e ricacciata dentro, ora mi dicono “Vivi!”».

Da fervente comunista che aveva esordito a 14 anni con una poesia sulla morte di Lenin, passa all’odio per il regime e per Stalin, e vive nel terrore dell’arresto, che paradossalmente viene alleviato dalla convivenza quotidiana con la morte. Decide di rientrare a Leningrado, «a morire», ma anche a vivere, al suo nuovo amore, e al martirio della sua città, a descrivere i bambini con «le mani scheletriche», lo stridio sul ghiaccio delle slitte che portano i cadaveri al cimitero, gli uomini e le donne che continuano a lavorare e a sperare nonostante tutto: «La paura della morte è scomparsa».

“Compagni, nel cerchio di fuoco”

Stridono sul Nevskij i pattini, stridono su ridicoli slittini infantili, trasportano acqua in pentole azzurre, legna e masserizie, morti e malati… Così da dicembre la gente della città erra per lunghe verste, in una fitta nebbia oscura, nel folto di ciechi, gelidi palazzi in cerca di un angolo caldo. Così una donna conduce il marito chissà dove. Una grigia maschera sul volto, in mano una latta, la zuppa per la cena… Fischiano le granate, il gelo infuria… «Compagni, siamo nel cerchio di fuoco!». E una ragazza col viso coperto di brina, serra ostinata la livida bocca, un corpo avvolto nella coperta trasporta al cimitero Ochtinskoe. Lo trascina, barcollando – almeno tirare fino a [stasera… I suoi occhi immobili fissano il buio. Giù il berretto, cittadino! Un leningradese trasportano, caduto al suo posto in battaglia.

Olga Berggol’c Da Diario di febbraio , trad. Nadia Cicognini

 

«CORAGGIO, PERCORRERE QUESTA STRADA ORA TOCCA A VOI»

giovedì, giugno 20th, 2013

Entrato nell’università  come matricola di Lettere nel novembre del 1961, Cesare De Michelis, docente di letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Padova, il prossimo ottobre lascerà la sua cattedra, dopo ben cinquantadue anni. Il 17 giugno 2013, alle ore 11.00, ha tenuto la sua ultima lezione accademica, “Ascesa e caduta della grande letteratura italiana”, nell’aula Calfura 1 a Palazzo Maldura, sede del Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell’Università di Padova. Di fronte a un vasto pubblico qualificato, tra colleghi, amici e studenti, Cesare De Michelis ha cercato di tracciare un bilancio «di una storia al tempo stesso personale e professionale condivisa con la mia generazione e con al centro la disciplina che ho sempre studiato e insegnato, la storia della letteratura italiana con particolare attenzione alla modernità e al contemporaneo».

La lectio magistralis ha affrontato il tema della decadenza della letteratura, seguendone le linee di sviluppo dalle origini fino ad oggi. E’ la testimonianza di una vita dedicata allo studio, all’attività didattica e all’editoria, un vera e propria ricerca sul campo come direttore di riviste, scopritore di talenti letterari ed editore. Dopo essere stato assistente alla cattedra di letteratura italiana a Messina, dal 1980 De Michelis è diventato docente universitario a tutti gli effetti. Appena conseguita la laurea, nel 1965, è entrato nel consiglio d’amministrazione della casa editrice Marsilio, della quale è tuttora presidente. Dal 1965 al 1974 ha diretto con Massimo Cacciari la rivista «Angelus Novus». É stato poi consigliere della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia e Vice Presidente della Biennale di Venezia. Collabora tuttora con «Il Sole 24 Ore» e il «Corriere del Veneto».

«Desidero farle pervenire il mio più vivo apprezzamento per il grande contributo che ha dato, e continuerà a dare, alla diffusione della cultura italiana attraverso la sua attività di studioso e di editore»: questo è il messaggio che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato in omaggio al professore Cesare De Michelis per ricordare l’importanza della sua figura nella cultura italiana, che auspica oggi, epoca di profonda crisi e transizione, a un nuovo Rinascimento.

Pubblichiamo in esclusiva su questo blog alcuni estratti dalla sua lectio magistralis “Ascesa e caduta della grande letteratura italiana”:

«Sono entrato in questa Università, matricola di Lettere, nel novembre 1961 e ne uscirò il prossimo 1° ottobre, cinquantadue anni dopo: allora ad avere una cattedra di Letteratura italiana era una dozzina di professori o poco più; oggi sono centinaia, distribuiti in una lunga serie di insegnamenti, di molti dei quali, così superbamente scientifici e specialistici, non si sentiva certo il bisogno; per altro verso, allora la disciplina costituiva il tronco robusto che sorreggeva l’intera facoltà, oggi, invece, per dirla con le celebri parole di Ungaretti, siamo come le ultime foglie d’autunno su un ramo di quell’albero antico.

Da un lato potremmo, dunque, gloriarci dello straordinario sviluppo che in questo mezzo secolo hanno avuto gli studi di italianistica; dall’altro, però, dovremmo arrossire per essere stati complici di una sempre più grave decadenza della disciplina, condannata a una sempre più evidente marginalità e insignificanza.

La storia della letteratura italiana è stata al centro del corso degli studi umanistici fino a quando, a loro volta, essi hanno conservato la memoria di aver orientato la civiltà europea e occidentale, costituendo il fondamento della stessa identità italiana: in questo mezzo secolo di cui sto parlando è questo primato che è stato duramente messo in discussione di fronte agli orrori della modernità che la guerra prima e poi un interminabile dopoguerra avevano tragicamente rivelato, e successivamente cancellato dalla definitiva supremazia della scienza e della tecnologia che scardinavano l’idea stessa di una storia unitaria della civiltà umana, ridotta a una scena ogni giorno diversa nella quale esse celebravano il proprio sempre rinnovato trionfo.

La letteratura non è e non è stata un valore corrente in ogni età della storia; al contrario, sono esistiti periodi, anche assai lunghi, durante i quali la scrittura si è ridotta a umili funzioni di servizio: pensando alle vicende della penisola, basti ricordare per tutti, la millenaria stagione medievale nella quale, forse con il sostegno di un cristianesimo penitenziale, certamente un po’ iconoclasta e in ogni caso poco attratto dalla conturbante seduzione del bello, della poesia e anche del racconto è difficile trovare tracce significative per molti secoli tra la donazione di Costantino e l’affermarsi dei primi testi poetici in volgare.

Dopo i primi testi, ora cortesi – nei quali l’invenzione si esercitava per il comune divertimento e sollazzo intrecciando argute schermaglie amorose –, ora, invece, piamente cristiani – sollecitati cioè dal desiderio di innalzare lodi o preghiere al Signore – la svolta decisiva la segnò Dante, che, dopo un complesso itinerario di formazione filosofica e teologica, accingendosi nella Commedia a dar conto del suo davvero straordinario viaggio nell’oltretomba sino al più alto dei cieli, scelse per guida e duca il sommo Virgilio, insuperato cantore delle origini di Roma nel momento della sua gloria più grande e, quindi, inequivocabilmente pagano, che gli restò a fianco nell’attraversamento dell’inferno e del purgatorio per lasciarlo finalmente solo sulla soglia del regno dei cieli, dove a lui subentrò maestra e compagna Beatrice: era difficile esprimere con maggior forza simbolica la decisiva resistenza del magistero della cultura classica in età cristiana e al tempo stesso la drammaticità di qualsiasi soluzione di continuità tra l’una e l’altra, cosicché diventava, invece, ineludibile l’impegno a integrare le due tradizioni, che, nonostante San Paolo e Sant’Agostino, avevano sino ad allora percorso strade rigorosamente parallele.

Dante fu da subito percepito come una voce provocatoria e dissonante in quel luminoso autunno del Medioevo, persino sospettato di sovversivi propositi ereticali, e pertanto severamente controllato, se non apertamente combattuto, ma la sua lezione classicista apriva agli uomini di lettere scenari straordinariamente innovativi e riconsegnava loro una millenaria e gloriosa tradizione che si confondeva con la storia di Roma caput mundi e poteva quindi comprendere quell’altra, non meno solenne, di Atene e della Grecia.

Si scoprirono, soprattutto negli scaffali delle biblioteche conventuali, i codici e le pergamene di testi pazientemente copiati e conservati nonostante la trascuratezza e la disattenzione, allargando sempredi più il corpus dei classici sopravvissuti, e da quel giorno non ci fu letterato di qualche ambizione che ad essi non si rivolgesse cercando i modelli di un esercizio espressivo altrimenti povero di grazia e di nobiltà. Già Cavalcanti e gli stilnovisti elaborano la loro laica teoria dell’amore profittandone senza imbarazzi, ma nelle generazioni seguenti sarà più di tutti Francesco Petrarca a percorrere, «nano sulle spalle di quei giganti», il cammino a ritroso che, grazie al senno di poi, doveva invece condurre in avanti, costruendo i fondamenti di quella civiltà umanistica nella quale riuscirono a convivere, arricchendosi reciprocamente, la tradizione classica e quella cristiana.

Egli, cioè, seppe unire spregiudicatamente nella propria esperienza letteraria lo studio appassionato dei classici perduti – contribuendo ad allargarne consistentemente il canone – alla libera invenzione poetica anche in volgare e alle più varie e complesse riflessioni d’ordine storico, filosofico e soprattutto morale.

La nuova cultura non poteva imporsi senza conseguenze sempre più vaste e profonde, le quali, escludendo di mettere direttamente in discussione l’autorità e il magistero spirituale della Chiesa, riproponevano la necessità di articolare e distinguere poteri e autorità diversi a seconda delle attività degli uomini, e, così come l’Impero era riuscito a farsi riconoscere autonomo rispetto alla Chiesa dal più radicale pensiero ghibellino, l’affermarsi della civiltà umanistica pretendeva da parte dei letterati per se stessi uno spazio di studio e di ricerca esclusivo e a loro proprio nel quale potersi esprimere liberamente, inseguendo il vero, il bello e il buono come l’intelligenza, la sensibilità e la fantasia degli uomini erano capaci di pensarli e di immaginarli.

L’affermazione di una letteratura con queste caratteristiche non poteva realizzarsi d’un tratto; aveva, anzi, bisogno di essere pazientemente assimilata attraverso una pratica appassionata e costante e un esercizio quotidiano e duraturo, accumulando testi e risultati che con la loro stessa esistenza rendessero evidente l’esigenza di non frenare o reprimere questo indispensabile sapere. Al tempo stesso l’umanesimo doveva costringere la società degli uomini a volgere lo sguardo oltre ogni immobile condizione dell’esistenza, liberandosi dai vincoli di una dottrina preoccupata soprattutto di allontanare le tentazioni e preservare gli uomini dal peccato, uscendo contemporaneamente dalle angustie di una gestione del benessere basata solo sui beni fondiari, che infatti ancora chiamiamo feudale: per diffondere migliori condizioni di vita c’era bisogno di innovazione e di mobilità, come suggeriva l’esperienza delle società urbane con i loro traffici mercantili e la loro produzione manifatturiera artigianale.

Questo processo durò a lungo – oltre due secoli – e incontrò nel tempo resistenze tenaci e ostinate ma anche significativi arricchimenti per iniziativa di nuovi letterati che non si limitarono all’imitazione, ma si avventurarono con coraggiosa spregiudicatezza lungo strade inesplorate per consolidare e diffondere la nuova idea delle humanae litterae».

 

«I guai per l’Italia cominciarono appena l’unità fu davvero conquistata e i conti, nonostante la luminosa e appassionante storia che Francesco De Sanctis si ingegnò di raccontare, faticavano davvero a tornare: la ricchezza restava di pochi, confinata nei centri urbani, il sapere si rivelava distante dai problemi reali, costretto in una retorica che divenne ben presto fastidiosa, e i letterati piuttosto che guide o maestri apparvero per quello che erano, superbi accademici o squattrinati pennivendoli con un pubblico distratto e volubile, poveri di una visione del mondo che servisse a capire quanto intanto succedeva, che erano davvero grandi cose; la politica democratica, infine, si rivelava affare di pochi, che non sapevano bene che scelte fare per cambiare la situazione e disegnare un futuro migliore, disponibili appena a trasferire pari pari, e anche con molta cautela e prudenza, le idee che altrove maturavano in Europa.

La letteratura dell’Italia unita – lo raccontò da par suo Benedetto Croce in una serie memorabile di tempestive letture – non fu mai all’altezza del suo glorioso passato e tanto meno del suo inquietante presente: lamentosa e meschina compianse i miseri, i malati, gli infelici, o maledisse il cambiamento che, strappando i pescatori al mare o i contadini alle terre, illudeva gli umili che il loro destino non fosse più quello di sempre; oppure si perse in racconti stralunati e angosciosi che si confrontavano col mondo nuovo, ma in fretta, come se ne avessero in fondo paura.

Il moderno stava compiendo la sua rivoluzionaria missione di travolgere il mondo degli uomini per andare oltre, in un altrove sconosciuto, dove, a patto di abbandonare tradizioni, costumi, pensieri e ideali, tutti sarebbero diventati felici e contenti.

Il prezzo, ormai lo si era imparato, sarebbe stato far piazza pulita di tutto quel che si aveva, letteralmente azzerandolo e annientandolo, a cominciare dall’umanesimo, religione compresa – tanto anche Dio ormai era dato per morto –, per compiere una totale e definitiva rivoluzione, dopo la quale si sarebbe istituito l’ordine nuovo che non avrebbe più avuto bisogno né di storia, né di storie o romanzi.

La cultura della modernità si impose con le sue pratiche corrosive e demolitorie, irridendo le forme della tradizione, i suoi buoni sentimenti, le sue intenzioni consolatorie e moraleggianti, il suo insopportabile buon senso, smontandone gli artificiosi meccanismi, le supponenti retoriche, il linguaggio scolastico o solenne: tutto il bene era di fronte a noi, all’orizzonte, dove presto sarebbe sorto il sole dell’avvenire, mentre alle spalle restavano solo le insignificanti rovine del passato; bisognava solo affrettarsi per raggiungere al più presto la meta, correre all’avanguardia perché conveniva essere i primi.

È quanto si fece e, poiché alla fin fine si trattava di affrontare una guerra, anche il linguaggio della letteratura si adeguò a quello consolidato delle armi: le idee combattevano una battaglia, i letterati divennero militanti, i gruppi più coraggiosi e spregiudicati si chiamarono avanguardie, e nessuno si avventurò più da solo, ci si riunì in gruppi o riviste, affidando a un manifesto firmato da tutti, anche da chi non ne aveva scritto neppure una riga, il proprio pensiero, le proprie idee o ideologie.

Le opere si rivelavano effimere, smarrendo ogni significato che non fosse provocatoriamente metaletterario, oppure oscuramente implicito, spesso inespresso; l’autore, piuttosto che la creazione dell’opera, rivendicava per sé il primato dell’invenzione o dell’idea; il lettore dal testo non riceveva informazioni e tanto meno aveva occasione di svago o intrattenimento, diventava piuttosto un complice, un commilitone, un compagno di strada; persino il pubblico in tanto frenetico daffare si disperdeva, anche lui irriso e maledetto come il sistema di cui faceva parte.

Il lungo cammino della modernità si era compiuto e le humanae litterae, la letteratura dell’uomo e dell’umanesimo, avevano dovuto soccombere; come tutte le avventure della storia erano giunte al termine.

Naturalmente, di fronte a questa catastrofe, a lungo sopravviverà l’illusione che si trattasse soltanto di una crisi, di un’altra crisi, come tante c’è n’erano già state, dalla quale si sarebbe potuto nuovamente riprendersi per ricominciare.

Poi la guerra – quella vera, tragica, cruenta, mostruosa – scoppiò davvero, grande come non mai, mondiale addirittura, e sembrò non finire più: durò oltre trent’anni, sempre annunciando e promuovendo rivoluzioni più terribili e definitive, sino alla soluzione finale che spezzava il cuore e toglieva il respiro, o alla bomba atomica, conclusivo trionfo della scienza che si rivelava capace di uccidere non solo nel presente ma persino nel futuro, non solo una vita o molte vite, ma tutta la vita.

Quando la mia generazione venne al mondo tutto questo era accaduto e la società si affannava per ricominciare da capo, convincendosi che la tragedia era finita e si poteva tornare a sognare: la prima metà del Novecento con la sua interminabile guerra fu messa prudentemente tra parentesi, sforzandosi di credere che si poteva fare come se non ci fosse stata, e le parole della speranza furono quelle del ricominciamento, da rinascita a secondo risorgimento, alla più banale ricostruzione, e anche nel caso della letteratura ci si convinse che la fine era stata annunciata troppo presto; c’erano talmente tante cose straordinarie e terribili da raccontare che non valeva la pena riprendere le antiche polemiche con la tradizione per sbarazzarsene; prima di tutto venivano l’esperienza e la verità, o più semplicemente la realtà, e poi, scaramanticamente, per dimenticare il disumano annientamento degli uomini si provò a resuscitare l’umanesimo, un nuovo umanesimo che rimettesse al centro la persona e la vita: ci si impegnarono in tanti, soprattutto in Europa, a cominciare da Thomas Mann o da Elio Vittorini, dapprima alzando imperiosi la voce e poi sempre più smorzandola, isolati e inascoltati.

La stagione del neorealismo e del nuovo umanesimo fu breve, esattamente come la durata della pace nel mondo: già negli anni cinquanta la guerra era solo apparentemente fredda, perché tenuta a forza lontana dall’Occidente, e la rivoluzione e le avanguardie tornavano all’assalto, provando a riguadagnare il terreno che avevano intanto perduto; le scienze poisi impadronivano di ogni campo si era sino a quel momento loro sottratto, portando a termine quella conquista iniziata insieme al secolo, diventando sociali e anche umane, cosicché della letteratura ci si convinse di non avere davvero bisogno, svuotata com’era di ogni funzione e significato, e umilmente essa si rassegnò a farsi da parte, accettando una sopravvivenza servile ed effimera, destinata quasi esclusivamente all’intrattenimento e al consumo.

La nostra storia di studiosi, durante mezzo secolo, ha accompagnato questo declino, cercando di alleviarne la pena con la segreta speranza che il destino non fosse segnato; qualche spregiudicato tentativo di trovare un compromesso con le nuove scienze illuse, e per poco, soltanto chi lo aveva proposto.

Così al passaggio di millennio ci presentammo eredi di una tradizione smorta e avvilita che aveva visto il suo ruolo nel percorso formativo diventare specialistico e marginale e la sua forza morale perdere progressivamente coraggio ed energia, cosicché dinnanzi alla crisi che improvvisamente si manifestò nel secolo nuovo – le Twin Towers, la Lehman Brothers, il default – arrivammo disarmati e impotenti, ripetendo le analisi e le considerazioni di sempre come se ad essa fossimo preparati dalle molte lezioni della storia e si potessero riproporre i consueti rimedi e le medesime consolazioni.

Invece no, questa volta, come in poche altre occasioni alle nostre spalle, siamo di fronte a una svolta, a un’autentica metamorfosi, a una vera e propria soluzione di continuità, che investe non solo la letteratura, ma tutt’intera la società e la sua civiltà nell’epoca della globalizzazione, e impone risposte all’altezza, spregiudicatamente restaurative, nel senso, cioè, di un rinnovamento della tradizione nel tempo della discontinuità, di un imprevedibile nuovo rinascimento che impegnerà a lungo tutte le nostre, le vostre, risorse disponibili.

Coraggio, percorrere questa strada ora tocca a voi».

Adam Johnson ha vinto il Premio Pulitzer 2013

venerdì, aprile 19th, 2013

«Un romanzo di grande forza, bellissimo, un libro che apre una spaventosa finestra sul misterioso regno della Corea del Nord e scava in profondità il vero significato di amore e sacrificio»: così il New York Times parla de Il Signore degli Orfani di Adam Johnson, romanzo che  si è aggiudicato il Premio Pulitzer 2013 per la narrativa, il riconoscimento più antico e prestigioso per un’opera della letteratura statunitense, istituito nel 1917 dall’editore e magnate Joseph Pulitzer e gestito dalla Columbia University.

«Un potenziale vincitore tra pochi» – mette in risalto il New York Post  – sebbene non ci sia stata una netta preferenza sul favorito di quest’anno («The Orphan Master’s Son was definitely among a handful of books that was being tipped as a potential winner, but there was no clear-cut favorite this year, raising worries that no book would get a majority vote — as happened in 2012»). Tuttavia non si è sentita alcuna polemica editoriale come quella della precedente edizione perché  il nome del vincitore c’è: Adam Johnson (1966), professore di scrittura creativa alla Standford University.

Se nel 2012 nessun libro è stato all’altezza di vincere il Premio per la categoria fiction, evento straordinario dopo ben trentacinque anni, questa volta invece la giuria è stata d’accordo. Adam Johnson si è dimostrato il migliore con «il romanzo più appassionante, sconvolgente e originale della stagione» come sottolinea Antonio Monda su La Repubblica.

Johnson è già scrittore di racconti, pubblicati su riviste come Granta, Esquire, The Paris Review, Best New American Voices e Best American Short Stories, vincitore di altri premi come il Whiting Award e il National Endowment for the Arts Fellowship e nominato Debut Writer of the Year da Amazon.

Pochi americani come lui possono dire di aver visitato la Corea del Nord.  Ed è proprio da questa esperienza e da un lavoro di ricerca durato sette anni che nasce Il Signore degli Orfani, finalista al National Book Critics Cicle Award. Non potrebbe essere un romanzo più attuale, viste le ultime vicende di politica internazionale che coinvolgono la Corea del Nord, dove è ambientato il libro. Lo stesso Johnson – dichiara il New York Post – spera che la sua vittoria possa attirare l’attenzione su quello che sta accadendo oggi all’interno dello stato totalitario coreano, dando nuova voce alla storia di questo paese («Johnson, 45, a writing professor at Stanford University, told USA Today that he hopes his win will focus more attention on what is happening inside the Korean totalitarian state today. “North Koreans aren’t allowed to tell their own story,” he said. “Others have to do it for them”»).

In The Hindu l’autore racconta ancora: «ho voluto dare un quadro di ciò che è stato essere una persona comune in Corea del  Nord (…)  è illegale lì per i cittadini interagire con gli stranieri, quindi l’unico modo per conoscere veramente questa gente era attraverso la mia immaginazione» («I wanted to give a picture of what it was like to be an ordinary person in North Korea» «It’s illegal there for citizens to interact with foreigners, so the only way I could really get to know these people was through my imagination»).

Protagonista di questa fortunata storia è Pak Jun Do, figlio di una madre scomparsa, una cantante rapita e portata a Pyongyang per allettare i potenti della capitale, e di un padre influente, direttore di un orfanatrofio. Per la sua devozione, il carattere deciso e l’acume che dimostra, lo stato gli offre una carriera molto rapida, e per Jun Do comincia un percorso senza ritorno attraverso le stanze segrete della dittatura più misteriosa del pianeta. «Umile cittadino della più grande nazione del mondo», Jun Do diventa un rapitore professionista, costretto a destreggiarsi tra regole instabili, arbitraria violenza e richieste sconcertanti da parte dei suoi superiori. L’amore per Sun Moon, attrice leggendaria, lo porta poi a prendere in mano la sua vita, con un sorprendente colpo di scena.

Un thriller e insieme un romanzo d’avventura, un romanzo-mondo orwelliano di formazione e di amore, Il  Signore degli Orfani getta una nuova luce sul passato recente e poco conosciuto della Corea del Nord, quando il Paese era ancora governato dal dittatore comunista Kim-Jong-II.

Segnalato tra i migliori romanzi dell’anno 2012 da Wall Street Journal, The Washington Post, Amazon.com, Entertainment Weekly, The Daily beast e Slate, Il Signore degli Orfani è ora citato dal comitato Pulitzer come «un romanzo concepito magnificamente che accompagna il lettore in un viaggio avventuroso nelle profondità della Corea del Nord totalitaria e negli spazi più intimi del cuore umano» («The Pulitzer committee cited Johnson’s book as an “exquisitely crafted novel that carries the reader on an adventuresome journey into the depths of totalitarian North Korea and into the most intimate spaces of the human heart» The New York Post).

Numerosi ed entusiasti sono i commenti della stampa italiana e straniera all’indomani della vittoria. Dalle pagine dei quotidiani nazionali italiani agli echi della stampa straniera sul New York Times, The Indipendent, Los Angeles Times, The New York Observer, Adam Johnson dimostra di aver scritto un romanzo magistrale, «uno di quei lavori di alta ambizione che attraversano le sue promesse», come afferma M. Francis Wolff del The New Inquiry, citato su il New York Observer («one of those rare work of high ambition that follow through on all of its promises»).

La critica apprezza molto la sua attenta indagine sugli orrori orwelliani della vita nella Corea del Nord e sul voyeurismo dei media occidentali («was praised for its examination “both the Orwellian horrors of life in the DPRK and the voyeurism of Western media»).

 

 

A colpire prima di tutto resta comunque il merito di raccontare una storia incredibile agli occhi dei lettori occidentali, molto spesso ignari delle vicende di un paese come quello della Corea del Nord. «Il paese più misterioso del mondo è anche il più tragico e per uno scrittore rappresenta un territorio straordinariamente stimolante» – afferma Johnson in un’intervista a Repubblica del 12/02/2013 – per indagare la vita di tante persone comuni in un regime di oppressione. Lo stesso David Mitchell, autore di L’atlante delle nuvole, coglie appieno la particolarità di questo romanzo «ingegnoso e audace che dà dipendenza» e ricorda «a tutti che le vittime anonime di un’oppressione sono anche esseri umani capaci di amare».

 

 

La misteriosa felicità della casa a Nord-Est

giovedì, aprile 11th, 2013

Una misteriosa felicità” è la nuova rassegna dedicata al giornalista e scrittore Sergio Maldini (Firenze 1923 – Udine 1998), che si terrà dal 9 al 14 aprile 2013 in Friuli. L’iniziativa PERCORSI di VERSI: il Medio Friuli incontra Sergio Maldini” è a cura del Progetto Integrato Cultura del Medio Friuli. Prevede quattro interessanti appuntamenti su Sergio Maldini, la sua amicizia con Pier Paolo Pasolini e sulla scrittura del romanzo “La casa a Nord-Est” (Marsilio Editori 1992), vincitore del Premio Campiello 1992. A concludere la rassegna sarà proprio la lettura integrale del libro con l’accompagnamento d’interventi musicali presso Santa Marizza di Varmo, luogo prediletto dall’autore.

Sangue friulano, Sergio Maldini deve lasciare per amore del proprio mestiere i paesaggi dell’adolescenza per trasferirsi nella grande città. Giornalista e inviato speciale del “Resto del Carlino” e della “Nazione”, vive molti anni tra Bologna e Roma. Tuttavia il suo forte attaccamento per le terre friulane non lo abbandona mai, anzi si radica in lui a tal punto da diventare non solo un romanzo ma anche un progetto di vita, sognato e poi vissuto. Questa “casa a Nord-est”, protagonista dell’omonimo romanzo, esiste veramente come ideale che prende forma nella realtà della bassa friulana del Varmo, un luogo che non è solo un sogno per la pace dei sensi, ma un laboratorio per promuovere e diffondere cultura. «Vorrei, insomma, una casa creativa, allegra e un po’ folle come un bambino, aperta alla conoscenza come un ateneo, un appartamento ateneo di provincia, in cui io e tutti voi si possa essere in grado di qualificare con felicità l’ultima parte della nostra vita», racconta lo stesso Sergio Maldini. É una casa aperta alla conoscenza, un’occasione d’incontro per amici e artisti, che va ben al di là di una pura invenzione letteraria.

Con “La casa a Nord-Est” Maldini torna alla narrativa dopo trentanove anni di silenzio, durante i quali la lunga e prestigiosa militanza giornalistica lo tengono lontano dalla scrittura romanzesca perché «scrivere un libro è, dovrebbe essere, un atto sacro, come mettere al mondo un figlio». Come narratore, esordisce già molti anni prima con una raccolta di racconti, “Trieste 1944”, tanto ammirata dal critico Silvio Benco, e poi nel 1953 con il romanzo “I sognatori” si aggiudica il Premio Hemingway. A seguire qualche altro libro di saggistica e una raccolta di reportage che lo conferma vincitore del Premio Estense 1968. Il suo ritorno alla scrittura di ampio respiro non delude certo il grande pubblico né la critica.

Quella che leggiamo è la storia di un’ossessione. Il desiderio irrefrenabile di costruire una casa vera, che corrisponda a una misura più autentica e piena del vivere. A muoversi sulla scena è Marco Gregori, un giornalista romano di mezz’età che non riesce più a sopportare i ritmi estenuanti del suo lavoro e della vita cittadina di Roma. Nei suoi progetti c’è ormai un’unica volontà: fuggire in un luogo che sia solo suo per ritrovarsi. Torna allora all’amata patria, la campagna del Nord-Est, e decide di acquistare un rustico. In passato teatro di una passione clandestina di Napoleone per una signora del luogo, questa antica casa di campagna diventa a poco a poco la protagonista indiscussa del romanzo e della rinascita di Marco Gregori. Lontano dall’aria opprimente e caotica della capitale, Gregori-Maldini matura esperienze nuove di amore e amicizia, scandite da un tempo altro, mitico, in cui l’io riscopre l’autenticità degli antichi valori. E’ lo scenario di un Friuli ideale alla ricerca delle proprie origini: solitudine e pace interiore sono le prerogative necessarie per avvicinarsi agli antichi valori del patriarcato, ormai dimenticati dalla moderna società metropolitana.

Come ha scritto Cesare De Michelis «la casa a Nord-Est colma quel vuoto al quale speriamo invano di sfuggire, riempiendolo di una sobria pienezza di vita, di un generoso slancio d’amore che non rinunciamo a sperare possa un giorno tornare ad essere definitivamente nostro». Gregori-Maldini cerca quell’ approdo morale ed esistenziale che si vorrebbe raggiungere quando ormai è tempo di riassumere la propria vita, quel nido di rapporti umani sinceri ai quali sempre ritornare perché restano nonostante il tempo. Due amori inseguono il protagonista fino alla fine: quello per Antonia e quello per la casa, entrambi metafore della ricerca di una vera e propria coscienza d’amore per la propria anima. E’ lo struggimento di un uomo che, mentre avanza verso la vecchiaia, chiede ancora una volta a se stesso il senso di un’identità più vera.

 

 

Il mito di Circe

mercoledì, aprile 3rd, 2013

«Circe… quella dea o maga o strega, quella insomma che trasformava gli uomini in maiali. Nell’immaginario collettivo, si è fissata così: con una bacchetta in mano e tanti animali intorno. Le donne di Ulisse sono queste: Calypso, la devota amante, Nausicaa, l’ingenua innamorata, e Penelope, la compagna della vita, il modello della sposa fedele.

Circe è l’eccezione, è la femme fatale, la cinica e fredda seduttrice, la donna-trappola, colei che inganna e porta alla rovina.

E’ proprio così?»        

 

 

Maria Grazia Ciani, curatrice della nuova collana “Variazioni sul mito”, pone in discussione il ruolo tradizionale di Circe nella letteratura classica, anticipando il tema centrale della ricerca di Cristiana Franco nel nuovo saggio “Circe” per la collana Grandi Classici tascabili che esce in questi giorni per Marsilio.

Il mito di questa dea nella celebre Odissea omerica ispira da secoli l’immaginario letterario classico e moderno. Ma se le interpretazioni più comuni hanno sempre visto in Circe la femme fatale, capace di sedure gli uomini fino a renderli privi di intelligenza e valore, le riscritture non convenzionali del mito hanno rovesciato completamente questa figura. Spaziando tra classici antichi, Omero, Ovidio e Plutarco, e autori moderni come Webster e Atwood, Cristiana Franco ci mostra l’estrema originalità di Circe, una donna dalle molteplici e sottili sfumature, che sa essere anche amante rifiutata e vendicativa o addirittura benefattrice perché dispensa felicità agli uomini. Questo saggio pone un interrogativo interessante sulle cause della sua cattiva fama nel mondo letterario e sono forse le scritture contemporanee a fornirci una risposta, lasciando la parola alla dea stessa.

Così Maria Grazia Ciani spiega che «i lettori moderni dell’Odissea, coloro che si sono dedicati alla rivisitazione del personaggio Circe – spicca tra questi Margaret Atwood – ci offrono un’interpretazione diversa: quella di una donna che comprende in sé tutte le altre, ma, più avveduta, più intelligente, più consapevole di  sé, esige , per la sua passionalità, riconoscimento e rispetto da parte dell’uomo. Rileggendo attentamente tutti gli episodi che la vedono agire, dobbiamo riconoscere in lei la donna delle “pari opportunità”, nel senso più moderno dell’espressione. Nell’era che tende a considerare i classici come merce in disuso, decisamente inattuale, ecco una figura viva, più attuale che mai. Tutta ancora da riscoprire»

E’ possibile allora leggere il mito non solo dal punto di vista maschile di chi non sa più come dominare i propri istinti bruti, ma anche da una nuova prospettiva femminile.

E se la colpa non fosse sempre delle doti seduttive e incantatrici della donna ma anche dell’incapacità degli uomini di instaurare un rapporto di parità e reciproco rispetto?

Se le donne fossero stanche di essere circondate sempre da uomini superpotenti e aggressivi e cercassero invece un altro genere di compagno, capace di non temere la propria vulnerabilità?

Ribellarsi al mito, come insegna la Circe di Atwood, che compare qui nella sua prima traduzione italiana, può portare a un cambiamento rivoluzionario nel rapporto tra i sessi. Non più uno scontro, ma un incontro condiviso. Così Cristina Franco trova nelle variazioni sul mito un nuovo modo di leggere la tradizione perché «Circe, e le donne che ne vogliano seguire l’esempio, possono rivelarsi delle trasformatrici potenti, facendosi carico – missione davvero eroica e pioneristica – di indirizzare il futuro dell’umanità verso nuovi paesaggi».

Un racconto inedito di Giuseppe Lupo

venerdì, marzo 29th, 2013

Giuseppe Lupo ci regala per Pasqua un racconto inedito dal titolo  “Una canna verde in una vigna secca”, storia di Biagio Pascale e del figlio Cosimino tra le montagne innevate della Lucania. È giovedì santo. Un nonno prende per mano suo nipote e gli racconta la storia di Biagio, vecchio amico dei tempi di guerra.

Giuseppe Lupo, scrittore e saggista, nato in Lucania (1963) e docente di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano, autore del celebre “L’ultima sposa di Palmira” finalista al Premio Campiello 2011, ci regala in esclusiva un’altra magnifica storia a metà tra mito e realtà, animata da personaggi senza tempo e memoria, in un non luogo sempre al limite tra «storia, anti-storia e controstoria», volti e voci, eventi simbolici in un incedere rituale di celebrazioni pasquali avvolti in una magia che fanno di questo piccolo racconto una fubula ancestrale.

 

Una canna verde in una vigna secca

I monti della Civita erano sempre innevati quando Cristo passava in proces­sione nelle strade del mio paese e moriva crocifisso sui Piani di Malva. Nonno mi pigliava la mano e mi portava in soffitta. «Guarda» diceva. E indicava, quasi per accarezzarle, le colline di Spineta, frastagliate di luci come un cielo senza nuvole. «Là abita Biagio Pascale con la famiglia».

Biagio era un amico di vecchia data. In tempi di guerra nonno aveva incontrato un uomo scalzo sulla strada di Trediscese e l’aveva raccolto sul traino: era lui. Durante il tragitto un sacco di farina era sparito. Nonno se n’era accorto, ma non aveva detto niente. Qualche anno dopo, Biagio era venuto a restituirglielo e a chiedere se voleva battezzare Cosimino, il primo e l’ultimo dei suoi figli, nato in un’età tardiva. Fu organizzato un gran banchetto alla Spineta e si festeggiò con gli organetti fino a notte fonda. «Questo bimbo me l’ha donato il cielo» ripeteva Biagio. «È una canna verde in una vigna secca».

Non poteva venire Pasqua senza che io e nonno non passassimo una giornata insieme a Biagio, alla Spineta. Ricordavamo il battesimo di Cosimino e al ritorno ci accodavamo al corteo del Giovedì Santo: una lunga sfilata di tamburi, scudi, lance, calzari e in ultimo, dietro i Sacerdoti del Sinedrio mascherati di barbe e mantelli, si trascinava Cristo vestito di rosso, che inciampava tre volte e cadeva.

 

 

«È solo un ragazzo con la parrucca e la tunica» ripeteva nonno per non farmi impressionare, «domani lo vedrai a braccetto con la Madonna». Partecipava anche lei alla processione: incontrava il fidanzato al mulino e lo seguiva a distanza, lacrime agli occhi, fino alla crocifissione che avveniva, a un’ora tarda, sulle grotte dei Piani di Malva. Laggiù i Frustatori scavavano una buca e piantavano la croce in attesa che dietro l’Acquedotto sparassero i colpi d’artificio. A quel punto le Pie Donne fingevano di gridare al terremoto, i soldati gettavano a terra le lance e fuggivano, i Sacerdoti cominciavano a ragionare di sigari e tressette. Per ultimo, come un elefante, se ne andava pure Caifa, un vecchio dalla corporatura massiccia e con una scodella a forma di candelabro in testa, un tipo misterioso che si vantava di scacciare i demoni con il coltello, calcolare le gravidanze con la luna, chiamare per nome i morti, indovinare il tempo degli innesti. Era il personaggio più imponente e gli spettatori si appostavano sopra le grotte per sentire lui che gridava: «Baffone, se sei Figlio di Dio, salvati!»

Quell’anno, mancando coppie di fidanzati, gli organizzatori scelsero a sorteggio Cristo e la Madonna e pensarono di aggiungere pure gli ambasciatori egiziani che cavalcavano quattro giumente con i finimenti dorati, il Centurione che guidava la biga trainata da cavalli morelli, Barabba con le mani nei ceppi, Giuda con il cappio al collo, Pietro con la spada, Malco con le scarpe calzate all’incontrario e perfino Giuseppe d’Arimatea, che doveva camminare nascosto, a passi impauriti, con la faccia incredula per il miracolo che sarebbe accaduto dentro la sua tomba.

Dai monti della Civita il vento calava a folate improvvise e portava neve. In strada c’era poca gente e la processione si fermò in piazza solo per dare il tempo a Fanuele il sagrista di entrare nel Bar Sport e distribuire santini e ostie consacrate ai clienti seduti ai tavoli. «Venite a portare conforto a quel ragazzo» continuava a ripetere, bussando con le nocche delle mani sul vassoio. Dopodiché uscì e fece segno di ripartire. Prima si mossero i tamburi, poi le lance, poi le barbe e i mantelli. La gente addossata nei vicoli ripeteva: «Hanno fatto le cose in grande».

Non c’era mai stata una Pasqua così fredda e il corteo procedeva tanto di fretta da arrivare in anticipo al mulino della Conduttura, dove era previsto l’incontro con la Madonna. Qui Caifa, non vedendo apparire mantelli azzurri, gridò di camminare perché stava nevicando forte. La Madonna giunse ai Piani di Malva con ritardo, in mezzo alle Pie Donne che si reggevano fra loro per non scivolare. Piangeva come piange chi sa che è tutto finto e di lì a poco sarà al caldo. Come la vide, Giuseppe d’Arimatea attaccò a recitare la sua parte e non voleva finirla più: «Proprio nella mia vigna doveva capitare il prodigio? Alla mia proprietà la buona sorte della resurrezione?» Aveva la faccia incredula, gli occhi sgranati e tutti si chiedevano chi fosse quest’uomo che parlava così da filosofo.

Per un momento anche Caifa si distrasse con la voce di Giuseppe, ma tornò subito a ragionare di sementi con i Sommi Sacerdoti, mentre i Frustatori spoglia­vano Cristo e gettavano la tunica a terra. Poi quando fu innalzata la croce, cominciò a gridare, com’era tradizione: «Baffone, se sei Figlio di Dio, salvati!»

Chi era lì pareva non aspettasse altro e le risa coprirono i singhiozzi della Madonna. Poi, non appena Cristo emise l’urlo, fu dato il segnale ai fuochi d’artifi­cio: bum, bum, bububùm… Il rito era compiuto e i soldati, i centurioni, le giumente si dispersero nei terreni.

«Lascia sfollare e ti faremo scendere» mormoravano i Frustatori al ragazzo che stava appeso a braccia spalancate. Accadeva ogni anno così: lo avvolgevano in una coperta, gli avvicinavano alla bocca un bicchiere di Stock 84 e un’automobile aspettava a motore acceso, giù al bivio, per portarlo a casa.

Il cielo, però, si era fatto davvero scuro e le nuvole avevano disteso un lenzuolo buio sui monti. Cristo non si muoveva. Quando lo tirarono giù e toccarono il suo corpo freddo, rimasero di pietra e si accorsero di Giuseppe d’Arimatea che ancora ripeteva le domande, come se il freddo avesse fatto inceppare il disco: «Proprio a me doveva capitare la fortuna? Proprio a me? Proprio a me?»

Fu allora che si alzò la voce di una delle Pie Donne, rimaste a far compagnia alla Madonna. «È morto, Cosimino è morto». Giuseppe d’Arimatea allora si gettò sul corpo nudo, si strappò le vesti. «Era mio figlio» piangeva, «la canna verde nata dentro la vigna secca».

Nonno si mise in allarme e cercò di arrampicarsi al campo della crocifissione, ma i carabinieri glielo impedirono. Allora ritornò da me a capo chino. Mi prese per mano, vide i passeri volare via e non disse nulla. Forse ripensava a Biagio Pascale, alla festa della Spineta e a quel bimbo che aveva tenuto in braccio, un mattino di vent’anni prima, mentre una ciotola d’acqua gli bagnava la testa.

Semi di giustizia, fiori di corresponsabilità

giovedì, marzo 21st, 2013

Oggi, 21 marzo, si celebra in tutta Italia la “XVIII Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie”. Dopo il fiume di centocinquanta mila persone che ha invaso pacificamente Firenze lo scorso 16 marzo, raccogliendo l’invito dell’associazione Libera in nome delle vittime di mafia, si rinnova ancora l’invito a ricordare oltre 900 nomi di morti per mano mafiosa e a impegnarsi quotidianamente contro questa “peste”, come la definisce don Luigi Ciotti, fondatore di Libera.

In occasione di questo evento, vogliamo ricordare alcune letture Marsilio per poter conoscere più da vicino il mondo spietato della mafia.

Quattro storie che ricordano l’importanza di agire sempre, ogni giorno, contro le mafie, piccoli ma esemplari percorsi di coraggio e forza, donne e uomini che si ribellano umilmente a un destino scellerato, con l’idea di cambiarlo perché, come diceva Giovanni Falcone «gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini».

Avamposto di Roberta Mani e Roberto Rossi, due cronisti minacciati dalla ‘ndrangheta, racconta con coraggio la verità sulle loro vite e sulla Calabria. L’amore per una terra tanto bella quanto devastata dalla criminalità li spinge a rischiare fino in fondo. Per un futuro migliore. Per credere che sia ancora possibile vivere nella libertà e nella democrazia. Non sono temerari eroi, ma persone comuni con grande tenacia e passione per il proprio lavoro.

E’ animata dallo stesso desiderio di fare i nomi dei propri aguzzini Carmela Iaculano, protagonista di Storia vera di Carmela Iaculano, raccontato da Carla Cerati. Se da bambina sognava di cambiare il mondo, da adolescente Carmela finisce per restare intrappolata nel mondo perverso della mafia. Sposa un mafioso delle Madonie, ma poi decide di denunciarlo e collaborare con la giustizia. Oggi vive sotto copertura. Ha cambiato identità, casa, lavoro, affetti. Per amore dei figli. Un esempio di coraggio e fiducia nella legalità soprattutto per altre mogli di mafiosi e i loro figli, nati in famiglie “sbagliate”. Carla Cerati ci regala dunque un libro che, oltre a essere cronaca della storia siciliana, è testimonianza dell’amore profondo di una madre. Alle orecchie dei ragazzi le sue parole suonano come un monito: «non lasciate che il mondo, la moda o gli altri condizionino il vostro modo di pensare», «non cercate di essere sempre perfetti, siate sempre voi stessi, non dovete avere paura di mostrare le proprie lacrime: rende la vita vera e non un copione da recitare a teatro».

Altri giovani, tra i tredici e i sedici anni, con un destino già segnato, diventano il braccio armato della “Stidda”: sono i Baby Killer  di Giuseppe Ardica giornalista siciliano che lavora per “Rai Parlamento” e che si occupa di cronaca nera.  Nel libro s’incrociano storie di violenza e confessioni inaspettate in un mondo dove uccidere è più attraente del  vivere nella legalità. Questa volta però i criminali dovrebbero essere seduti sui banchi di scuola e avere un nome. Invece sono giovani senza età. Si chiamano con appellativi di battaglia e hanno cinque punte tatuate sul pollice. Primo tra tutti, Simone Iannì che per il suo tredicesimo compleanno si ritrova tra le mani una pistola così da portare a termine un omicidio, commissionatogli dal padre.

Tra le pagine di La punizione di Salvatore Scalia, giornalista del quotidiano “La Sicilia” di Catania e già autore di Fuori gioco, si legge un’altra drammatica vicenda di giovani vittime. Sono quattro adolescenti scippatori che, senza saperlo, si ritrovano a derubare la madre di un potente capo mafia. Da predatori diventano preda e spariscono nel nulla. Anni più tardi un pentito rivela il loro destino ma con nessuna prova concreta. Il processo resta irrisolto.

Rinunciamo alle mimose!

mercoledì, marzo 6th, 2013

Le blogger della 27esima ora, Ilaria Capua, Lella Golfo e Annamaria Zanetti con i loro libri chiedono parità, libertà, cultura per la donna nella società moderna, Maurizio Cohen ricorda Artemisia Gentileschi, pittrice romana del Seicento icona degli abusi subiti dalle donne, mentre Annamaria Zanetti parla di donne vissute nel passato remoto o prossimo ma straordinariamente moderne e vicine a noi per inquietudini e riflessioni. La festa della donna ricorre l’8 marzo di ogni anno per ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze che ancora subiscono in molte parti del mondo. Per la festa delle donne noi di Marsilio rinunciamo alle mimose e vi invitiamo a leggere i nostri libri. Naturalmente siamo di parte, ma certi libri ridanno dignità al nostro lavoro e non smettiamo di proporli.

La 27esima Ora

Questo non è amore

Venti storie raccontano la violenza domestica sulle donne

Dalle autrici del blog del Corriere.it La 27esima ora, un libro-denuncia sugli abusi e le violenze a cui moltissime donne sono sottoposte nel nostro paese. Un’inchiesta di drammatica e bruciante attualità

Donne maltrattate da compagni, fidanzati, mariti, conviventi: perché non denunciano subito? La fatica di convincere sé e gli altri, la “normalità” come sfondo

Un libro che mi ha fatto commuovere e infuriare. Leggetelo, anche se fa maleDaria Bignardi

Sono troppe le donne uccise in Italia dal compagno o ex compagno. Numeri che raccontano un’emergenza nazionale. Anche perché gli omicidi, spesso, sono l’ultimo atto di anni di abusi, vessazioni, maltrattamenti. Storie quotidiane, ci insegna la cronaca. Storie che possono capitare a chiunque. Attraverso il racconto di ogni protagonista, i fatti, le emozioni, le botte, si svelano le cause scatenanti e le dinamiche di coppia. Episodi ripetuti di maltrattamenti alternati a “pentimenti” del partner. E la tragedia sempre in agguato. Tutto questo avviene nella “normalità” e nella convinzione che la violenza riguardi altri. Ma a un certo momento accade “qualcosa” per cui le donne capiscono che così non può continuare. Che cosa? Ogni storia ha una sua “chiave” che la tiene inchiodata alla violenza e una che la porta a non voler più subire. Qualche volta quel maledetto meccanismo si rompe prima che sia troppo tardi. Le protagoniste, raccontandosi, affrontano quella violenza subdola che colpisce le donne nel momento in cui dicono “no”, sottraendosi ai ruoli imposti da qualcosa che è nato come amore. Ma che non lo è più. Violenza fisica e anche psicologica che attraversa le classi sociali e spesso coinvolge i figli.

 

Ilaria Capua

I virus non aspettano

Avventure, disavventure e riflessioni di una ricercatrice globetrotter

La scienziata italiana famosa nel mondo per aver sfidato con successo l’organizzazione Mondiale della Sanità e il conservatorismo nella scienza si racconta con sincerità e ironia in un libro autobiografico

Con le sue scoperte e le sue decisioni coraggiose e controcorrente si è imposta all’attenzione mondiale. I riconoscimenti internazionali non le mancano: eletta «mente rivoluzionaria» del 2008 dalla rivista americana «Seed», è entrata nella classifica dei 50 scienziati top di «Scientific American» e nel settembre 2011 ha ricevuto il prestigioso Penn Vet Leadership Award, il massimo riconoscimento nel suo settore. Eppure Ilaria Capua, la scienziata che il mondo ci invidia, seppur consapevole dell’importanza dei traguardi raggiunti, non si ritiene un’eroina, una martire votata alla scienza, ma semplicemente una donna che crede fortemente in quello che fa e che, non senza fatica e difficoltà, è stata in grado di sfruttare le opportunità che la vita le ha presentato. Con molta sincerità e una buona dose di ironia racconta che il mestiere del ricercatore non è solo microscopi, stanzette buie e libri, ma può rivelarsi un’avventura intensa ed esaltante. Ne emerge il ritratto a tutto tondo di una donna al tempo stesso normale e straordinaria, che non si prende troppo sul serio e non ama andare in giro a dire quanto è brava. Perché brava lo è davvero.

Lella Golfo

Ad alta quota

Storia di una donna libera

Dal 12 agosto 2012 tutti i consigli di amministrazione e i collegi sindacali devono riservare un quinto dei posti alle donne, quota che salirà a un terzo a partire dal secondo rinnovo. Una rivoluzione culturale e silenziosa, che sta aprendo al nostro Paese nuovi orizzonti di democrazia ed equità.
Principale e coraggiosa artefice di tale rivoluzione è Lella Golfo che ha scelto di raccontarsi in questo libro. Con la sincerità di chi vuole mettersi in gioco e rivivere la propria esperienza per offrirla agli altri, Lella Golfo ripercorre qui le varie fasi della sua vita. Sono tante, non tutte facili, ma accomunate dalla passione per le battaglie, grandi e piccole: le prime lotte nella sua terra di Calabria, per i diritti delle «gelsominaie» e delle raccoglitrici di olive, l’arrivo a Roma e l’inizio di una nuova vita, il matrimonio, un figlio – «l’amore della mia vita» –, il sofferto divorzio – «tra i primi in Calabria» –, la politica attiva, l’amicizia mai rinnegata con Bettino Craxi, la caparbietà nel creare e portare avanti la Fondazione intitolata a Marisa Bellisario, l’impegno all’estero e in patria, l’ingresso in Parlamento nel 2008 fino alla più importante affirmative action mai applicata in Italia.
Consapevole che per cambiare alla radice il sistema bisogna entrare di diritto nelle «stanze dei bottoni», Lella Golfo è riuscita a porre sul tavolo la vera questione: l’accesso delle donne al potere. Ma è solo un punto di partenza. Calabrese e testarda fino in fondo, di battaglie da combattere ne ha ancora tante. La sua è la storia di una donna e, insieme, di tutte le donne.

 

Maurizio Cohen

L’ombra di Artemisia

Jenny, giovane attrice alla sua prima esperienza come protagonista, sta girando un film sulla vita della pittrice Artemisia Gentileschi che, all’inizio del Seicento, in una Roma ricca di straordinari fermenti culturali e allo stesso tempo soggetta alle dure regole dell’Inquisizione, fu violentata da un amico del padre, suo insegnante di pittura. Durante le riprese, la sera dell’otto marzo, anche Jenny, tornando a casa, viene aggredita e violentata da tre giovani della Roma «bene», che vengono poi arrestati. Ancora sotto shock, la ragazza si ritrova nella paradossale situazione di dover affrontare due processi: la mattina in tribunale quello per direttissima per lo stupro vissuto sulla sua pelle e il pomeriggio quello di Artemisia riprodotto sul set. Così, poco alla volta il personaggio della pittrice diventa per Jenny una sorta di ossessione, e le due donne, superando qualsiasi vincolo temporale, instaurano un rapporto ricco di emozioni e complicità ma anche di forti incomprensioni, che finisce per minacciare la stabilità psicologica della già fragile Jenny. Il nuovo romanzo di Maurizio Cohen è un intenso racconto sulla violenza e la fragilità umana, in cui le vicende degli abusi subiti da due donne si sovrappongono e si riflettono l’una nell’altra per dimostrare che nel corso della Storia e dell’umanità nulla cambia e tutto si ripete: Jenny e Artemisia non possono che restare vittime dei costumi e delle distorsioni dei propri tempi.

Indomite

Giornaliste, scrittrici, teologhe, patriote nel Veneto dal Seicento al Novecento

a cura di Anna maria Zanetti
a cura di Luccia Danesin

 

Indomite. Donne vissute nel passato remoto o prossimo ma straordinariamente moderne e vicine a noi per inquietudini e riflessioni. Giornaliste (Elisabetta Caminer, Gualberta Beccari, Anna Maria Mozzoni), teologhe (la monaca forzata Arcangela Tarabotti, la giornalista cattolica Elisa Salerno), patriote per l’Unità d’Italia (Jessie White Mario, Caterina Bon Brenzoni, Maddalena Montalban e Leonilde Lonigo). In condizioni storiche di cultura e potere che non le riconoscevano né persone né cittadine, furono fedeli a sé stesse, vivendo in pensiero e azione, con un originale e coraggioso punto di vista di libertà su un mondo che le escludeva. Ora abbiamo la possibilità e il privilegio di scoprirle e conoscerle.

Interventi di: Paola Azzolini, Antonella Barina, Franca Cosmai, Macri Puricelli, Daniela Zamburlin, Anna Maria

 

È una guerra. Che va combattuta.

martedì, febbraio 12th, 2013

Esce domani per Marsilio il libro “Questo non è amoreVenti storie raccontano la violenza domestica sulle donne dalle autrici del blog del Corriere.it La 27esima ora, un libro-denuncia sugli abusi e le violenze a cui moltissime donne sono sottoposte nel nostro paese. Un’inchiesta di drammatica e bruciante attualità.

Il libro verrà presentato il 13 febbraio alle 17.30 allo Urban Center Milano Galleria Vittorio Emanuele 11, Milano.

Interverranno la professoressa Francesca Zajczyk delegata Pari Opportunità, Comune di Milano,  l’avvocato Manuela Ulivi della Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano. Ne discutono Barbara Stefanelli vice direttore «Corriere della Sera» e Giovanna Pezzuoli Blog La27ora. Ci saranno delle letture di Lorella De Luca, Enzo Giraldo e Aglaia Zannetti. Coordina il dibattito Sara Gandolfi Blog La27ora.

La Monna Lisa con un'espressione triste e un occhio nero ben vistoso immagine simbolo della violenza sulle donne

Anticipiamo una parte dell’introduzione.

«Perché non lo lasci, di cosa hai paura? Di morire? Non vedi che sei già morta.» Una scossa per Sara. Le parole dell’amica le aprono il varco, il primo, verso l’uscita da un incubo scambiato per amore. Se questo è amore, tra occhi neri e ferite dell’anima, se lo sono chieste, dopo anni di dolore, Maria, Rosaria, Ileana, Sara… alcune tra le protagoniste di questa inchiesta. Donne che alla fine ce l’hanno fatta. Ce lo siamo chiesto anche noi, giornaliste della «Ventisettesimaora». Perché una donna – quasi sempre adulta e apparentemente libera –, al primo spintone, al primo schiaffo o alle prime parole crudeli, non allontana da sé per sempre l’uomo che la sta minacciando? Gli resta invece accanto, preferisce ripetersi «non sta succedendo a me» e prepararsi il giorno dopo a dire ai figli – poi ai colleghi, agli amici – che non è niente, che ha di nuovo sbattuto contro la porta. «Come si fa ad ammazzare una ragazza per un litigio?» chiedeva il papà di Vanessa Scialfa, la giovane di Enna uccisa, appena ventenne, dal suo convivente il 24 aprile 2012. Perché in Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa da un marito, un fidanzato, dal compagno o ex compagno di anni di vita, spesso padre di figli cresciuti insieme? Ci comprensiamo poste anche altre domande quando, con l’inchiesta Storie di violenza, pubblicata in otto puntate sul «Corriere della Sera», abbiamo deciso di dare un senso e un obiettivo concreto alla nostra indignazione, ascoltando la voce di chi quelle storie stava vivendo. Abbiamo cercato le risposte attraverso le parole delle donne picchiate, tormentate, umiliate. Hanno raccontato episodi ripetuti di botte, alternati ai pentimenti del partner, violenza e tenerezza. E la tragedia dietro la porta. Nell’inchiesta ci siamo fermate un passo prima. Prima della morte. E se “non sta succedendo a me” è l’incredulo mantra che ripetono, prima di tutto a se stesse, le donne mentre vivono nell’incubo, noi abbiamo chiesto “perché succede tutto questo?”. Alle donne che ne stanno uscendo, alle persone che quella violenza incontrano per lavoro: medici, carabinieri, magistrati. E lo abbiamo chiesto agli uomini che in quell’incubo sono gli attori principali: “maltrattanti”, li chiama la burocrazia della giustizia. Perché lo fanno? È dai loro racconti che cominciamo a capire. «La perdita di controllo» sostiene Francesco. Il burrascoso crescendo di incomprensioni, dice Mario. E “quelle”, le fidanzate, le mogli, le amanti, ansiose, rompiscatole, disubbidienti. Così gli uomini anche quando stanno cercando di capire che cosa li ha spinti a brutalizzare le compagne, minimizzano o negano i loro gesti. Non sono parole opposte quelle tra uomini e donne. Ma voci che si integrano. Solo che marciano su monologhi paralleli.

La Giornata della Memoria

domenica, gennaio 27th, 2013

La Giornata della Memoria

In Italia il 27 gennaio – giorno della liberazione del campo-simbolo di Auschwitz – è il giorno dedicato al ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.

Il testo dell’articolo 1 della legge italiana definisce così le finalità del Giorno della Memoria:

“La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

Marsilio ha pubblicato molti libri dedicati alla Memoria.

David Meghnagi in RICOMPORRE L’INFRANTO cerca di analizzare l’esperienza dei sopravvissuti alla Shoah affrontando il tema dell’elaborazione del lutto collettivo attraverso quattro figure chiave: quella del “custode” Marek Edelman, medico e leader del Bund, vicecomandante della rivolta del ghetto di Varsavia; del “testimone”, lo scrittore Primo Levi; dell’”eretico” Isaac Deutscher, biografo di Trockij; del “mistico” Gerschom Scholem, amico di Walter Benjamin e storico della Qabbalah.

Frediano Sessi e Carlo Saletti con VISISTARE AUSCHWITZ hanno scritto la prima guida all’ex campo di concentramento e al sito memoriale, una guida ricca di informazioni, fotografie e mappe, di suggerimenti puntuali per aiutare il visitatore a entrare in ciò che resta oggi di questo terribile passato, un utile strumento per cominciare a ricostruire la storia del complesso concentrazionario e a rivivere con l’immaginazione i frammenti di vita quotidiana di molti dei deportati ebrei e non che vissero in questo luogo i loro ultimi giorni.

Frediano Sessi ha da pochi giorni pubblicato per Marsilio IL LUNGO VIAGGIO DI PRIMO LEVI La scelta della resistenza, il tradimento, l’arresto. Una storia taciuta, la ricostruzione puntuale e documentata delle settimane che videro Levi passare dalla scelta antifascista alla lotta partigiana, apre altri scenari, suggerendo un legame di continuità tra la vita partigiana e la lotta per la sopravvivenza ad Auschwitz. Una storia inedita, raccontata per la prima volta a partire da documenti ritrovati, interviste e ricostruzioni d’ambiente.

LE DONNE E L’OLOCAUSTO di Lucille Eichengreen è uno dei pochi memoriali che si concentra esclusivamente sulle donne. Con sincerità straziante, Lucille Eichengreen offre uno sguardo approfondito e sincero dell’esperienza femminile nei campi nazisti. Raccontando la storia della propria sopravvivenza, esplora il mondo delle altre donne che ha incontrato, dal potere femminile delle guardie SS, alle prigioniere che erano costrette a prostituirsi per il cibo.

IL SILENZIO DEI VIVI di Elisa Springer racconta un segreto tenuto nasconto cinquant’anni, unico caso al mondo di un silenzio così profondo che si interrompe in un racconto della storia della sua drammatica vita, morte e rinascita. Il libro di Elisa Springer assume il peso di quei testi che sanno parlare agli uomini e alla storia, al cuore e alla mente.

LA VOCE DEI SOMMERSI di Carlo Saletti sfata il mito tragico del silenzio degli innocenti e la convinzione ancor più radicata che i “corvi neri” dei crematori fossero ebrei che avevano deciso di collaborare con i nazisti per distruggere i loro fratelli, rende la parola ai “sommersi”, fa sentire la loro voce di testimoni integrali. Essi hanno scritto con la precisa consapevolezza di essere i soli cronisti che avrebbero potuto rendere conto dell’orrore, là dove l’orrore era assoluto, un libro evento, che aggiunge nuova conoscenza alle ragioni e alle dinamiche della macchina dello sterminio nazista.

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