Marsilio rende omaggio ad Andrea Zanzotto
martedì, ottobre 18th, 2011
Questa mattina a Conegliano (Treviso) è mancato Andrea Zanzotto, uno dei nostri massimi poeti del Novecento.
Marsilio rende omaggio a questo grande personaggio della letteratura, autore tra l’altro di Viaggio musicale Conversazioni a cura di Paolo Cattelan e del recente Il cinema brucia e illumina. Intorno a Fellini e altri rari, pubblicando un estratto dal suo ultimo libro, un dialogo sul cinema con Luciano De Giusti.
Partiamo da lontano. Tra i suoi ricordi più remoti c’è sicuramente anche il cinema, forse ancora quello dell’epoca muta.
Ho assistito alla trasformazione del cinema nel vissuto popolare. Ricordo che mia mamma mi parlò di un film intitolato La giovane dattilografa. In paese tanti si chiedevano: «Cosa vuol dire “dattilografa”?». Si accese una discussione tra lei e una sua compagna. Molti sostenevano che era sbagliato, doveva essere «La giovane dal tipografo», dicevano. Siamo ancora in nuvole molto lontane.A quali anni risale questo ricordo legato alla mamma?
Sicuramente al periodo del muto che imperava quando ero bambino. Una gran commozione a pensarlo, perché bisogna andare indietro al 1924 o 1925… Ricordo benissimo che c’era la signora Lucia, cieca (o quasi), che suonava in chiesa come organista ma era incaricata anche del commento musicale ai film muti, facendo passare molto bene la strana atmosfera sacrale dell’armonium da un luogo all’altro.I ricordi sono dunque legati al cinema parrocchiale.
Il cinema della mia formazione era quello della parrocchia, l’unico del paese, di cui il parroco fu sempre il magister. La domenica al patronato era fatta di manifestazioni religiose, ovviamente, ma anche di altre che strapiombavano nel cinema. Ricordo che la presenza del parroco era totale. Un modo del parroco di esercitare il suo potere era anche quello di fornire i sani divertimenti. Egli si faceva carico della coscienza degli spettatori ed esercitava una sua elegante censura, non priva peraltro di piccoli passi falsi, molto significativi. Io sono stato assistente morale nel cinema parrocchiale. Per anni. Avevo il privilegio di stare in cabina di proiezione con Gustìn (Agostino) che era l’operatore. Ero il suo aiutante e stando in cabina potevo vedere il film in versione integrale.Qual era la sua funzione?
Avevo in parrocchia un ruolo da censore cinematografico ma per me era un privilegio, perché ero ancora molto giovane, ero un ragazzetto. Gustìn veniva avvertito da un gruppetto di tre pie signore, addette al controllo, le quali assistevano in sala alla proiezione e, quando c’era qualcosa di riprovevole, o anche solo di dubbio, facevano suonare il campanello. Lo suonavano per indicare le parti da tagliare e io lo comunicavo a Gustìn. Segnalavano le scene audaci, che poi erano al massimo dei baci. Ma i baci erano soggetti a pesanti censure. Quando ciò non comportava l’immediato taglio della pellicola in quel punto, quantomeno bisognava infilare un foglietto di carta. Si producevano dei curiosi effetti. Questi tagli, nella grande maggioranza dei casi, per quanto io mi dessi da fare cercando di salvare la coerenza, erano fatti in maniera grezza e ne venivano fuori delle porcherie. Ad esempio, si vedevano due che si avvicinavano e, quando erano lì lì per baciarsi,… truc, improvvisamente apparivano ricomposti e staccati, come se una forza si intromettesse e li allontanasse. Era davvero una comica, un sistema molto diffuso.Veniva tagliato solo il momento del loro contatto?
Io cercavo di indicare i punti giusti ma era già tanto che Monsignore desse il suo benestare. Oltre a quello delle pie signore c’era infatti un altro sguardo, il suo. Passava con la pila in sala per vedere se qualcuno si baciava. Quando non lo faceva lui, erano il cappellano o il sacrestano che con la pila si arrogavano il diritto di controllare che non ci fossero scambi di tenerezze. Monsignore, che durante la guerra era stato ad assistere dei partigiani nel luogo dove furono massacrati, dopo la guerra chiamò in parrocchia tutti noi che avevamo avuto a che fare con la Resistenza, ci elogiò dicendo: «Voi che siete stati bravi, avete rischiato per il bene della patria, ora dovete fare una scelta politica. Non dovrei essere io a dirvelo ma dovete iscrivervi alla Democrazia Cristiana. Volete iscrivervi ad altri partiti? Fatelo pure, ma poi all’inferno andate voi».Torniamo ai ricordi legati al cinema.
La proiezione del film era annunciata dalla musica. Un richiamo musicale, fatto con l’altoparlante, ricordava alla gente che era l’ora del cine, che il film stava per cominciare. Era un’aria de La forza del destino. Il paese infatti era molto affezionato alle arie d’opera, anche grazie alla Toti Dal Monte che qui è nata. La musica della Toti si apriva su orizzonti speciali. Negli ultimi anni insegnava ad allievi che venivano qui da tutto il mondo. La sola presenza della Toti in paese suscitava emozione ed entusiasmo: «Ghe n’é la Toti, ghe n’é la Toti», e tutti uscivano di casa. Lei passava in triciclo, perché era anziana e non si sentiva tanto sicura. Io ho cominciato presto a frequentare la Toti perché sapevo che oltre a essere una grande cantante era anche un’attrice veneta, dello stesso giro di Cesco Baseggio, ma anche perché mia mamma è stata sua compagna di scuola.E suo papa, pittore di paesaggi, può essere visto come una delle radici remote da cui traggono linfa certi versi con una forte componente visiva?
Qualche connessione c’è di sicuro. Io ho amato ben presto la letteratura, fin dalla lettura del «Corriere dei piccoli», imparandone parti a memoria, ma molto più forte era il mondo della pittura. Mio padre era molto abile e non è stato fatto abbastanza per riconoscerlo. Bisognerebbe che mi interessassi. Aveva la capacità di inventare dei paesaggi, ricchi di fantasia che però si riferivano anche a me. C’è una stanza dipinta da lui, qui a Pieve di Soligo. È rimasto poco, tutto sbiadito, e non è più nostra proprietà. Comunque là ci sono anch’io, dipinto da mio padre in veste da principino, con merletti e cose di questo genere, che domino un paesaggio di pavoni, fiori e frutti, uccelli favolosi. Non posso negare che ci fosse un sottile filo sotterraneo che legava queste visioni avute tramite mio padre… A volte lo accompagnavo sur le motif, dove i suoi paesaggi venivano creati.Dietro il paesaggio: è il titolo eloquente della sua prima raccolta di versi.
Ho un ricordo remotissimo: andare in calesse sulle colline ancora al seno della mamma. Se non proprio al seno, ero comunque piccolo, avrò avuto un anno, un anno e mezzo. In una memoria successiva, mio padre e mia madre andavano in giro, sempre in calesse, e si fermavano incantati a guardare il paesaggio. Allora anch’io alzavo la mia testolina che sbucava dal calesse e con loro guardavo incantato. Caracollare attraverso le colline è tutto un motivo in cui le arti nel loro insieme trovano una forza comunitaria e mi portano una commozione retrospettiva.
Ho parlato di pittura, ma dovrei parlare anche della musica. Direi che era tutto legato. Se sono impalliditi certi ricordi, non lo sono i sentimenti che mi suscitavano. Ho un senso di fondo che continua a vivere anche adesso. Ogni tanto, per esempio anche nella Belta, ho tirato fuori questo quid.Si può dunque ipotizzare un legame tra il vedere che, da bambino, passa attraverso gli occhi del papà pittore e quello del poeta, diventato grande, che dipinge il paesaggio in versi. Penso a «Mai mancante neve di meta maggio…» che trascrive in una catena di M e N il profilo seghettato delle Prealpi viste da Pieve di Soligo.
Direi che per noi era naturale. Fin dall’inizio delle elementari, ti portavano, anche lì, sur le motif, a fare una passeggiata e ti davano dei temi sul paesaggio. Io credo che i bambini sentano il paesaggio molto più di quanto si pensi. Anche in tempi recenti ho meditato su un fatto, e cioè che ci sia una specie di strato – infero o supero – che congiunge tutto quello che è umano, tutte le varie manifestazioni possibili dell’umano. Mi verrebbe voglia di approfondire queste cose ma bisogna entrare nella filosofia trottando. Di queste cose ho anche scritto, ma ormai sono troppo vecchio, questo è il problema. Si conquista sempre più col tempo l’idea di una larghezza di opportunità che però è in moto contrario al restringimento delle effettive possibilità. Si è un po’ come in croce. Da una parte certi temi si sviluppano, dall’altra manca la parola: qua bisognerebbe usarne un’altra. Si sente il vuoto ed è uno dei fenomeni più fastidiosi che mi tormenta anche adesso.A cosa attribuisce questa mancanza della parola? Al linguaggio inadeguato a tener dietro al nuovo?
Il nuovo c’è, ogni giorno sempre di più. Io, per esempio, sono rimasto fuori dal mondo dell’informatica. Mi dà fastidio questo anello mancante, se si pensa a tutti i vantaggi della comunicazione in tutto il mondo. Dovrei dire «noi» perché so che ci sono tanti vecchi che lamentano di non aver fatto il passo giusto verso l’informatica. È stato un momento di pigrizia da parte mia. Avevo già sessant’anni al suo avvento e forse mi pareva di dover forzare su una cosa che in futuro avrebbe potuto avere certamente degli sviluppi, ma che la mia mente, legata ad altri mondi, rifiutava.






