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“LA SIGNORA DALLOWAY”: UN CAPOLAVORO SENZA TEMPO

martedì, giugno 12th, 2012

«Il progetto è così strano e possente»: così Virginia Woolf in una pagina del suo diario datata 19 giugno 1923 definisce il suo romanzo,“La signora Dalloway”, a quel tempo ancora in fase di elaborazione e intitolato “Le ore”. Il libro, che uscirà due anni dopo, nel 1925, è un esperimento di eccezionale modernità, un’ossessiva ricerca di novità, di libertà nella narrazione, che Virginia Woolf aveva già cercato di realizzare ne “La stanza di Jacob” (1922), senza, a parer suo, riuscirvi pienamente. Questa volta però l’autrice, lavorando con estrema cura alla progettazione dell’opera, raggiunge il suo obiettivo e ancor prima della pubblicazione del libro dichiara: «In tutta onestà credo veramente che sia questo il mio romanzo più riuscito».

La vena innovativa che attraversa l’intero romanzo emerge fin dal suo inizio, quando il lettore viene immediatamente proiettato all’interno del testo, senza che vi sia alcun tipo di indicazione spaziale o temporale: manca ogni forma di introduzione, non un incipit, non una descrizione, chi legge si trova improvvisamente catapultato nel mondo della signora Dalloway. Senza preavviso eccoci fluttuare tra le righe di un testo disorientante, privo di saldi confini, in una storia apparentemente disordinata, ma che la Woolf ha in realtà attentamente costruito: quello che l’autrice vuole dal lettore è che si distacchi per un momento dalle misure convenzionali del testo, in nome di un equilibrio nuovo, tutto da scoprire. E il lettore, inizialmente spaventato, finisce pagina dopo pagina per lasciarsi trascinare dentro la storia, accompagnato dalla presenza rassicurante di Clarissa, che non lo abbandona mai.

La storia, che forse tutti conosciamo, è quella di Clarissa Dalloway – cinquantenne alto-borghese, una vita apparentemente dorata e un passato di desideri segreti e negati-  e del suo ricevimento. Tutto si svolge nell’arco di un’unica giornata, la giornata della festa, in una Londra sfavillante e briosa, città simbolo della modernità, luogo tanto amato dall’autrice stessa, che descrive così in un’altra pagina del suo diario: «Londra è un incanto. Uscendo mi par di salire su un magico tappeto bruno, che mi porta dentro la bellezza senza dover alzare un dito». Così come Virginia, anche Clarissa ama tanto la sua città e quando esce di casa la mattina si lascia felicemente travolgere dalla forza vitale che invade le strade e gli abitanti della grande metropoli.

Accanto al personaggio della signora Dalloway risalta quello di Septimus Warren Smith, il suo ”doppio sconosciuto”, giovane, povero, reduce allucinato di una guerra che gli ha sconvolto per sempre la mente e la vita: nel corso della narrazione queste due esistenze si intrecciano e si rispecchiano, senza mai incontrarsi, lontane, ma accomunate dalla stessa paura, la paura della morte e la paura della vita. Un sentimento penetrante, avvolgente, totalizzante, di cui però alla fine i personaggi riusciranno a liberarsi, ognuno con la propria scelta opposta: la morte per Septimus e l’accettazione della vita per Clarissa.

Noi di Marsilio abbiamo voluto rendere omaggio al capolavoro di Virginia Woolf, opera che ha cambiato per sempre il volto del romanzo, e riproponiamo sulla scena letteraria “La signora Dalloway” in una nuova edizione, a cura di Marisa Sestito, in libreria dal 13 giugno 2012.

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