
Buongiorno, in questi giorni di crisi e conseguenti trasformazioni nel governo italiano lei è alle prese con la presentazione del suo ultimo libro, “Avanti popoli!” che, momento dopo momento, sembra acquisire sempre maggiore attualità.
Lei ha parlato innanzitutto della questione del “popolo”, del suo essere al centro della scena tanto attraverso i populismi dall’alto, quanto in forma di movimenti dal basso. Allora, per cominciare, vuole spiegarci cosa significa oggi questa parola, questo “popolo”?
Qualche anno fa ho iniziato ad appuntarmi mentalmente quante volte compariva sui giornali l’espressione “popolo”. Il popolo della rete, di Facebook, ma anche delle carriole a l’Aquila, dell’acqua, il popolo viola e quello dei fax, il popolo azzurro di Berlusconi e addirittura c’è qualcuno chi ha azzardato un popolo rosa per la manifestazione del 13 febbraio 2011. In questi giorni è comparso il popolo di Twitter come ultima figura di questo tic giornalistico. Al tempo stesso, c’è chi con un populismo non sempre dissimulato ha sostenuto di parlare al popolo, di rappresentare il popolo, di essere uno del popolo che si contrappone all’élite snob che non apprezza e non capisce le ragioni del popolo.
Mi sembra di poter dire dunque che per molti “popolo” è una operazione retorica per giustificare quel che si affermava. “Lo faccio in nome del popolo” significa “è giusto” e in questa accezione “popolo” è un’astrazione a uso politico. Ho l’impressione che la diffusione di questo termine negli ultimi anni coincida con la crisi dei partiti, del ruolo tradizionale dei partiti, l’appello al popolo è per tutti un invito a superare i partiti, a quella che nel libro ho chiamato la disintermediazione.
Qual è il ruolo del web all’interno di queste nuove dinamiche sociali?
È sotto gli occhi di tutti quanto la rete ha cambiato non solo l’informazione ma le relazioni tra le persone. Pensiamo a quello che è capitato di recente in alcuni paesi del Nord Africa, ma anche a un fenomeno decisivo per la politica Usa, e quindi mondiale, come il Tea Party che sarebbe impensabile in un’epoca precedente al web 2.0. Per rimanere all’Italia la quantità e soprattutto la qualità della mobilitazione sul web per i referendum della scorsa primavera è stata impressionante soprattutto tenendo conto del blackout televisivo sulle tematiche referendarie.
Il popolo del web è anche il popolo della piazza?
Il popolo del web non esiste perché il web non ha quell’omogeneità che si vuole rappresentare con quell’espressione. Se su Facebook ci sono una ventina di milioni di italiani, fanno tutti parte del “popolo del web”? Direi che è un’invenzione di chi non conosce la rete e che pensa di parlare a persone completamente digiune di come si stia on line. Ma non è più così. Se per “popolo della piazza” intende le diverse mobilitazioni che ci sono state in questi anni, direi che sicuramente la rete ha rappresentato una grande opportunità di conoscenza e informazione e una nuova frontiera dell’attivismo politico, pensiamo al naufragio della comunicazione vecchio stile di Letizia Moratti nella campagna elettorale di maggio. Lo stesso fenomeno degli Indignados senza la rete non avrebbe avuto quella trasmissione virale che in pochi mesi lo ha trasformato in un fenomeno, con tutti i suoi limiti, mediaticamente planetario.
In riferimento ai movimenti dal basso, lei fa notare come abbiano sempre “una data di scadenza”, come durino solo il tempo di una causa, di una singola battaglia che lega tutte le presenze. Sono insomma gruppi liquidi in continua trasformazione anch’essi, e pertanto privi della possibilità di diventare rappresentativi in tempi più lunghi di un intero programma di governo. Ma, allora, come poter dare espressione istituzionale a questa “politica a tema”?
In America la chiamano one issue politics, mobilitazioni politiche che si attivano su singole istanze. Da noi ce ne sono state di storiche, le più famose sono culminate nei referendum, ma in uno spazio politico dominato da grandi partiti contenitore è stato più difficile che i movimenti di opinione trovassero uno sbocco politico. Negli ultimi anni, la crisi della democrazia rappresentativa ha aperto una possibilità più ampia a queste “esplosioni” dal basso che spesso però si costituiscono, lavorano e culminano in un grande evento di piazza e però poi spariscono. E questo credo sia dovuto anche a l’inevitabile stanchezza che prende chi non vive con l’attività politica e deve barcamenarsi tra un lavoro, una vita e la militanza politica gratuita. È stato così per il popolo viola, ma anche per la mobilitazione nata attorno al comitato “Se non ora quando?”. La sfida per i partiti è duplice: da una parte saper dialogare con questi movimenti (e l’esperienza di Pisapia a Milano mi pare mostri che è possibile) e dall’altra avere le antenne nella società e saper intercettare e elaborare proposte sui temi che vi ribollono dentro.
E così torniamo proprio alla domanda con cui il suo libro si apre, che è un po’ la domanda che sta assillando tutti gli italiani di questi tempi, e cioè: dove va l’Italia senza i partiti intesi come forme di mediazione tra cittadini e istituzioni? La situazione estera può in qualche modo illuminarci?
Non sarà molto popolare di questi tempi, ma credo che senza la politica come professione non si vada tanto lontano. Perché è impegno quotidiano e almeno teoricamente disinteressato e il dilettantismo dell’attivista è encomiabile ma non può durare a lungo. Detto questo, i partiti italiani per come sono ora mi pare debbano imparare a toccare di nuovo con mano quel che capita nella società. Se le sezioni hanno fatto il loro tempo si trovino altre strade, si facciano esperimenti di partecipazione, ci si confronti con quello che si fa all’estero se necessario, ma non ci si affidi al semplice sondaggio d’opinione che ormai è divenuto più strumento di offesa politica che di rilevazione sociale. Le campagne elettorali e referendarie della scorsa primavera hanno mostrato che esistono milioni di italiani interessati e attenti alla politica. I partiti devono trovare la lingua per parlargli. Dovranno farlo anche attraverso il web e sarà molto interessante stare a guardare come nei prossimi mesi le grandi formazioni politiche si attrezzeranno per farlo, se assecondando la grammatica delle piattaforme sociali e orizzontali o provando a piegarla a modalità “televisive”.