Posts Tagged ‘nino barbantini’

GIUDITTA E/O VENEZIA

martedì, giugno 19th, 2012

«Pochi dipinti “rappresentano” l’arte di Gustav Klimt come la Giuditta II (Salomè) datata 1909 e conservata a Venezia, nella Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro».

Così si apre lo scritto “Gustav Klimt: Giuditta II. Un ritorno annunciato” di Giandomenico Romanelli (da domani in libreria), un breve saggio che analizza con sguardo attento e disincantato il dipinto, ripercorrendone la storia. La Giuditta II fu acquistata dal Comune di Venezia subito dopo essere stata esposta alla Biennale del 1910: quell’anno fu una Biennale atipica, perché allestita appena un anno dopo l’edizione precedente, e nella Sala 10 furono esposte 22 tele di Klimt, tutte opere scandalose, che alimentarono reazioni contrapposte. Oggi la Giuditta si trova esposta a Ca’ Pesaro, dietro una porta d’oro, in cui l’artista l’ha voluta inquadrare: è una porta stretta che la donna, circonfusa di dirompente sensualità, sembra voler attraversare con un slancio verso il visitatore, il quale di fronte a questa scena a dir poco strabiliante rimane attonito, inorridito.

Romanelli definisce il ritratto dell’antica eroina biblica, che con la sua bellezza prima invaghì di sé il crudele Oloferne, poi lo uccise, tagliandogli la testa con la sua stessa spada, un «dipinto inquietante, misterioso e complesso, come s’è detto; ricco di significati e di allusioni, come ci hanno spiegato critici e studiosi in decenni di riflessioni e in un profluvio di pagine talvolta non meno astruse della stessa opera ma che testimoniano efficacemente la sua importanza, come pensiero e come forma, come manifesto e come esplosione di creatività nuova, moderna». L’opera porta dentro sé una tale valenza simbolica e una ineludibile carica erotica da lasciare l’osservatore affascinato e sconcertato al tempo stesso. Lo sguardo della donna è l’elemento dotato di maggiore capacità ammaliatrice: uno sguardo che non è rivolto a noi che guardiamo, ma lontano, assorto in sé e dominatore, sfrontato e indolente, animalesco e primitivo, uno sguardo che ha sedotto moltissimi, non solo Oloferne, primo fra tutti un brillante curatore museale e critico d’arte appassionato, Nino Barbantini. Egli attorno alla Giuditta ha intessuto uno dei più interessanti e spregiudicati testi critici del suo tempo, riflettendo il piacere di quel quadro fino ai giorni nostri. In “Klimt”, una recensione della Sala 10 della Biennale, la scrittura di Barbantini colpisce per l’acutezza dell’analisi, per l’assoluta originalità del ragionamento, per lo stile ironico, sarcastico e bruciante, attraverso cui l’autore fornisce una chiave fondamentale per la lettura del “fenomeno Klimt”.

L’arte di Klimt è retrospettiva ed eclettica, prende spunto da tutti, dai Bizantini ai Giapponesi, subisce influssi letterari e musicali delle epoche precedenti, ma al tempo stesso appartiene all’oggi, lo oltrepassa e prepara al domani: è un’”arte totale”, in cui non esistono confini né di spazio né di tempo. I colori sono vivaci, squillanti, infiammati, a volte fin troppo decorativo, senza mai allontanarsi però dalla realtà. Si parla infatti di “verismo klimtiano” e Giuditta II ne rappresenta il paradigma: un verismo mai oggettivo, che fonda le sue radici nei sentimenti e nella spiritualità dei soggetti, una pittura interiore che non si limita alla rappresentazione dei corpi, ma punta alla “decorazione delle anime”.

Scrive Barbantino: «Giuditta, eroina della storia terribile, piena di orrore e di ribrezzo, che ancora discinta dall’orgia contrae la faccia e le mani appare in tutta la sua grandezza arcana e lasciva, facendo trasparire come il tracciato di un’analisi spietata sui segni simbolici dell’animo, le piste di un’umanità inquieta e nervosa, la connessione maledetta e ipnotica tra la bellezza più fulgida e traboccante di sensualità e la morte».

  • Collegati
  • Valid XHTML
  • New Blog